Verdi speranze
Luglio 1st, 2009
Secondo Sean Gallagher - autore di un bellissimo reportage “in progress” sulla desertificazione in Cina - il 20% del Paese è ormai classificato come “deserto”: 1.74 milioni di chilometri quadrati.
Il problema affligge soprattutto le province del nord, Mongolia Interna, Ningxia, Gansu e Xinjiang, con effetti visibili anche nell’Hebei, a Pechino e dintorni. E la desertificazione avanza.
Cosa fa la Cina per affrontare questo problema?
Ecco ciò che ho visto e sentito.
Dal punto di vista ambientale, Pechino mi è parsa molto diversa rispetto alla città che avevo lasciato nel 2006. La costante cappa di smog e soffocante umidità non è più la norma, bensì un evento relativamente saltuario.
Punto di svolta sono state le Olimpiadi dell’anno scorso.
Ora, quando il clima si fa veramente pesante, le autorità ricorrono alla “weather manipulation“: batterie antiaree sparano nelle nuvole proiettili chimici che contengono ioduro d’argento, azoto liquido e ghiaccio secco, e producono la pioggia. Già in precedenza, tutte le fabbriche inquinanti erano state trasferite fuori città.
Nel frattempo si è avviato un enorme processo di piantumazione sia a Pechino sia nelle zone in via di desertificazione.
Quanto queste misure sono di facciata e quanto invece efficaci? Difficile dirlo. Certo è che a Pechino è manifesto un problema di approvvigionamento e di spreco idrico.
Il punto è che gli alberi a larghe fronde, anche se giovani, richiedono tantissima acqua e sono comunque fragili. In centro, gli alberelli piantati un anno fa vengono innaffiati con ettolitri ogni giorno: qualcuno muore, altri ce la fanno.
Ma in periferia la realtà appare diversa. Spesso gli alberelli sono già ricoperti di polvere e affondano le radici nella sabbia. Alcuni torrenti si arrestano, desolatamente prosciugati, prima di raggiungere il mare o un corso d’acqua maggiore.
Questo scenario fa pensare che sia stata scelta la soluzione più facile e “a immagine” - il trapianto - in occasione del grande evento. Dopo di che, si torna da capo senza sapere bene che fare.
Un amico pessimista ironizza: “Tra un po’ qui mollano tutta la baracca e trasferiscono la capitale a Shanghai“.
In queste contraddizioni può inserirsi - anzi, si è già inserita - la tecnologia italiana. E’ questo il caso del metodo Vallerani, prodotto d’eccellenza basato sulla semina invece che sul trapianto dai vivai. In sintesi, i particolari solchi nel terreno compiuti da un trattore New Holland modificato, permettono un utilizzo più efficiente dell’acqua, la velocizzazione dei processi, la riduzione del lavoro umano e dei costi.
Trovata la soluzione? No, perché il metodo fa fatica ad affermarsi “politicamente”. Che si tratti di scelte ideologiche delle organizzazioni internazionali, di un conflitto latente vivaisti-”seminaristi” o del fatto che il sistema Italia stenta ad affermarsi oltre Muraglia, sta di fatto che una tecnologia che piglierebbe due piccioni con una fava - soluzione ambientale per la Cina, ricchezza per l’Italia - non riesce ancora a sfondare.
A titolo consolatorio, va detto che ho visto un nordest cinese (Liaoning, Jilin e Heilonjiang, cioè l’ex Manciuria) verde, verdissimo. L’ex “rust belt” dell’industrializzazione maoista presenta oggi un paesaggio in cui colline ricoperte di boschi si alternano a campi irrigati e alle immancabili ciminiere di mattoni rossi, ormai inutilizzate: archeologia industriale che risale al folle esperimento del Grande Balzo in avanti.
Ricorda il nostro paesaggio Appenninico con qualche inserto di Pianura Padana.
Forse una nota di speranza.
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