Foggy Beijing

Guarda il reportage fotografico.
Un mese senza vedere il sole. E non si tratta di novembre, ma di agosto.
Pechino, 2006, dicono che la situazione sia migliorata, perché il governo ha fatto trasferire tutte le fabbriche fuori città. Ma dove inizia e dove finisce una metropoli che viaggia verso venti milioni di abitanti?
Nella “Capitale del Nord” – tale è il significato letterale di Beijing (北京) – tutto pulsa in vista delle Olimpiadi 2008. Prendere un taxi e vedere per mezz’ora solo grattacieli, di cui una buona metà in costruzione, è un’esperienza quasi sconvolgente, specie se invece che su ponteggi Dalmine gli operai caracollano su impalcature di bambù. La Berlino post-unificazione scompare, qui il cantiere è ovunque, il paesaggio è scandito da sagome di gru nella nebbia di polveri sottili.
La grandezza della Cina non è quella americana, figlia di singole volontà di potenza moltiplicate per ogni individuo. Viene da sé, è un moto inerziale che ha il segno dell’ineluttabile. E non si tratta della sola Pechino. Datong – chi l’ha mai sentita nominare? – a 250 chilometri dalla capitale, fa già tre milioni di abitanti: esteticamente, provate a immaginare una Stalingrado su cui sia stata innestata al’improvviso Las Vegas.
E così anche le emergenze ecologiche assumono dimensioni enormi e per forza di cose non limitate alla Cina stessa. La “fabbrica del mondo” vive una crescita economica del 9-10% annuo e lo paga in termini ambientali. Mentre a livello globale compete con gli Usa per procacciarsi le residue riserve petrolifere, la sua economia viaggia ancora a carbone per il 70% del fabbisogno energetico: scenari da Londra ottocentesca moltiplicata per venti, inquinamento che sull’onda delle correnti d’alta quota, arriva fino a noi. Intanto, prosegue spedita anche la motorizzazione.
Jiang Jiè (sul biglietto da visita c’è scritto “Charlie”) ha fatto da interprete a un’equipe di italiani giunti in Cina per vendere tecnologie pulite. Mi dice che in Italia siamo molto avanti nell’eolico e nell’energia solare (ma perché diavolo non ce ne serviamo pure qui?). Anche grazie a noi, ne è sicuro, la Cina ce la farà: “La gente è molto ottimista, la situazione è già parecchio migliorata”. Zhang Song, che studia scienze ambientali all’Università è altrettanto sicuro: “Il governo troverà la soluzione”. Del resto, non è tanto il problema in sé a premere: c’è l’immagine della nuova Cina da imporre al mondo.
Uno scettico sguardo occidentale dubita di tanto ottimismo. Ma la Cina ti trasmette la sensazione che tutto possa succedere, specialmente dopo che ti sei intrufolato all’interno dell’enorme cantiere delle Olimpiadi.
Il futuro stadio olimpico, con le fattezze del nido di un ciclopico uccello, svetta in mezzo a sterpaglie, buche, macerie. E’ bellissimo, rappresenta la trasformazione in atto in un’inquadratura grandangolare.
Si lavora giorno e notte, gli operai – quasi sempre immigrati dalle campagne – dormono nel cantiere in tendoni e prefabbricati dall’aspetto precario. All’Università del Popolo, ci hanno pure provato a far sentire la loro voce. Hanno improvvisato un sit-in e sui loro dazibao c’era scritto “Con quello che ci date non riusciamo a nutrire i nostri figli”.
Sono qui a costruire per offrire servizi più confortevoli ai rampolli del nuovo ceto medio, quantificato in circa 130 milioni di persone. La loro situazione è simile a quella di milioni di immigrati, l’esercito di riserva dell’industrializzazione forzata alla cinese: troppi livelli gerarchici prima che la loro voce giunga ai vertici del Partito. Song dice che potrebbero ottenere qualcosa se la stampa arriverà in tempo per scattare qualche foto. Intanto, la polizia e un signore molto agitato che si presenta come “professore dell’Università” cercano di non farle fare a noi, le foto. Però gli ultimi dati parlano di minimi salariali che crescono addirittura del 20% e per legge.
In Cina, ogni numero evolve in termini geometrici.
Cina Mondo Globalizzazione
marzo 15th, 2007 at 4:24 pm
[...] Su questo sito abbiamo più volte parlato dell’enorme problema ambientale che pone lo sviluppo cinese, ma non conoscevamo la risorsa fondamentale per chi volesse approfondire l’argomento. Si chiama 中外对话 (Zhōng-wài duìhuà), in inglese “China dialogue“, il sito dove troverete tutte le informazioni sull’argomento. E’ una grande iniziativa anche dal punto di vista editoriale, ispirata da alcune associazioni non-profit di Londra e Pechino, con una doppia redazione, in Gran Bretagna e in Cina. Tutti gli articoli sono scritti sia in inglese, sia in cinese. Affrontano il tema del degrado ambientale cinese secondo un’ottica molto “global”: nella presentazione del sito è infatti esplicitamente dichiarato che l’ambiente non può essere un tema circoscritto ai singoli Paesi, in quanto non esistono confini nazionali per le conseguenze dell’impatto umano sulla natura. L’approccio è scientifico, il livello è alto. Gli articoli sono coperti da licenza creative commons, per cui possono tranquillamente essere copiati e diffusi (basta citare fonte e autore). Ne vedrete ben presto, debitamente tradotti in italiano, anche su questo sito. [...]
luglio 3rd, 2007 at 3:00 pm
[...] Vedi anche: Il Dao della politica (e dell’ecologia) (19 maggio 2007) Global warming: quali i rischi per la Cina? (10 aprile 2007) Quando l’inquinamento dà una mano all’economia (16 marzo 2007) Ambiente: la Cina specchio delle nostre contraddizioni (8 novembre 2006) Foggy Beijing (15 settembre 2006) [...]
settembre 12th, 2007 at 12:01 pm
[...] Shanghai corre, anche troppo. Qui l’idea di fotografare i contrasti come a Pechino, ancorché scontata, è difficile da attuare. Le vestigia della vecchia Cina sono quasi inesistenti, a meno che non siano state impacchettate a uso turistico: vedere per credere il giardino di Yu o lo shopping center altrimenti chiamato “città vecchia“. [...]
luglio 29th, 2008 at 2:26 pm
[...] la Pechino che si vede in questi video è la stessa che ho conosciuto io esattamente due anni fa (vedere per credere), complice il particolare clima di agosto, con temperature attorno ai 30° e umidità al 75-80%. [...]