Che cos’è la Cina?
E’ questa domanda, apparentemente paradossale, a fare da filo conduttore a Ombre cinesi, il libro di Stefano Cammelli che attraverso tremila anni di storia cerca di indagare “una civiltà che volle farsi nazione”.
Partiamo dal nome. “Cina”, si sa, è la definizione occidentale. Ma pochi sanno che anche il termine autoctono – Zhong Guo (中国) – nasce addirittura dopo ed è un semplice escamotage a uso e consumo dell’Occidente.
Anche quando si parla di “Han” – dice Cammelli – non si fa riferimento a un’etnia, bensì a un’entità amministrativa che vede la luce con l’omonima dinastia.
Quindi, da un certo punto di vista, non esistono né la Cina, né i cinesi. E dunque?
Il fatto è che “Cina” non è né un nome, né uno Stato, almeno fino alla comparsa sulla scena di Sun Yat Sen, che cercò di offrire una versione sinizzata del nazionalismo occidentale. E’ un insieme di valori, che si elaborano a partire dalla figura quasi leggendaria del duca di Zhou – esempio di rettitudine e abnegazione per generazioni di funzionari statali. Valori che fondano una civiltà universale e un’organizzazione amministrativa. Non si “è” Cina in base a un’appartenenza etnico-geografica; sì è Cina in base al coinvolgimento in questo sistema materiale e simbolico.
I confini del Paese, dall’entità originaria attorno al Fiume Giallo, si sono continuamente ridefiniti, così come la composizione etnica. Delle ultime tre dinastie imperiali, solo i Ming furono originari delle terre a sud della Grande Muraglia, un altro mito su cui si può discutere a lungo. Yuan e Qing erano rispettivamente mongoli e mancesi.
Eppure è proprio in epoca Qing che la Cina si realizza al massimo come “ideale laico”, un modello a cui aderiscono diversi popoli e culture che si fondono in un’entità più universale. Così universale che l’unico paragone possibile, pensando all’Occidente, non è uno Stato, bensì la Chiesa cattolica. Da qui, anche le difficoltà a intendersi tra Roma e Pechino, controparti con vocazione troppo simile per comunicare.
L’impossibilità di definire la Cina ha indotto in errore chi “Cina” non è, penalizzato spesso anche dall’ignoranza linguistica e dalla tradizionale ritrosia cinese a condividere con chi sta “fuori” il proprio dibattito interno.
Così, nel corso dei secoli, noi occidentali abbiamo interpretato quella civiltà a seconda delle nostre esigenze. Per gli inglesi del Settecento, era un Paese decadente predisposto a divenire colonia; per i missionari dell’Ottocento, una nazione di contadini pronta ad accogliere il cristianesimo. E così via, alternando stereotipi intellettuali a grossolani errori politici.
Con la seconda guerra mondiale, la Cina trova un nemico – il Giappone – e quindi una vera e propria identità nazionale che si plasma nella contrapposizione e nella lotta.
E oggi?
Oggi va di moda l’immagine della Cina turbocapitalista, dove ogni volontà mirerebbe al benessere materiale; il tutto, condito da un sentimento nazionale che innerverebbe il boom economico. E’ un’immagine tutto sommato tranquillizzante, il “diventeranno come noi” che ci permette di fare calcoli e previsioni.
Ma attenzione, ammonisce Cammelli, la Cina è molto più complessa, e le reali decisioni politiche vengono prese nei luoghi in cui è ancora quel filo lungo della storia a dettare codici e scelte. Dove ciò che in fondo importa – pare di intendere – è l’adesione al sistema di valori che si è snodato per tremila anni.
Con questa consapevolezza si deve tessere il dialogo, anche per impedire reali – ma non necessarie – derive nazionaliste.
Questo articolo compare anche sulla rubrica che tengo su Rotta Nord Ovest
Cina Mondo Globalizzazione
luglio 5th, 2007 at 6:16 pm
[...] Rivendicando la propria specificità, il cattolicesimo non riconosce di fatto la specificità della Cina, assimilata a qualsiasi altra nazione con una sua cultura “laica”, che dovrebbe accettare al suo fianco una morale “più alta”, religiosa. Ma la Cina non è solo una nazione: è una civiltà. La chiesa di Roma la conosce molto bene e non può ignorare tutto questo. Ecco quindi che la lettera del papa perde la sua dimensione puramente evangelica e diventa un espediente politico, un cuneo, un tentativo di occupare spazio in un’epoca in cui l’Impero celeste sta attraversando burrascosi cambiamenti sociali. Ne consegue la risposta assolutamente scontata delle autorità cinesi: “Per migliorare i rapporti con la Cina, invece di creare barriere, il Vaticano deve intraprendere azioni concrete“. Quali? Smettere le relazioni con Taiwan e riconoscere la Repubblica Popolare come l’unico governo che rappresenta la Cina. Torniamo sulla terra, Santo Padre. [...]
ottobre 18th, 2007 at 12:26 pm
[...] Questi sono i fatti in pillole. Ma la faccenda si complica considerando che la stessa Cina non può essere ritenuta una “nazione” almeno fino al Novecento. Può sembrare strano, di fronte all’ipernazionalismo galoppante di oggi, ma la Cina classica si è sempre concepita piuttosto come un sistema di valori che fondavano una civiltà universale e un’organizzazione amministrativa fondata sul pensiero confuciano. Non si era “Cina” in base a un’appartenenza etnico-geografica; lo si era in base al coinvolgimento in questo sistema materiale e simbolico. [...]
novembre 4th, 2007 at 7:03 pm
[...] Con Emiliano Errico, ho avuto il piacere di intervistare il professor Stefano Cammelli. Per chi non lo sapesse, si tratta dell’autore di Ombre cinesi, libro che giudico assolutamente imprescindibile per chiunque intenda occuparsi di Cina in qualsiasi forma. [...]
aprile 18th, 2008 at 12:22 pm
[...] Che cos’è la Cina? [...]
aprile 18th, 2008 at 3:30 pm
[...] partendo dal concetto di nazione e nazionalismo, categorie che, lo abbiamo più volte ricordato, non appartengono alla storia e alla tradizione culturale cinese almeno fino al XX secolo e alla parziale [...]
agosto 8th, 2008 at 12:23 pm
[...] colonizzare culturalmente dagli sconfitti. La Cina non era “solo” un luogo, era anche un universo di valori e un’organizzazione politica (l’impero) attorno a cui gravitavano gli altri [...]
settembre 10th, 2008 at 12:50 pm
[...] Che cos’è la Cina? [...]
aprile 8th, 2009 at 5:32 pm
[...] Europa. In ogni caso, per il Dragone si trattava quasi sempre di assestare i confini di quell’unità politico-amministrativo-culturale denominata Impero, non di [...]
luglio 6th, 2009 at 3:46 pm
[...] Xinjiang ha sempre fatto parte dell’universo cinese, inteso come una civiltà e un’organizzazione amministrativa che si è espansa lungo la via [...]