Proprietà privata, ma non per tutti
La Cina riconosce ufficialmente la proprietà privata. Il testo completo del disegno di legge approvato all’ultima sessione dell’Assemblea del popolo è stato pubblicato dal People’s Daily.
Prima che qualcuno faccia un salto sulla sedia, va precisato che la proprietà privata, in Cina, esiste già sia de facto, sia come principio costituzionale.
Nel marzo del 2004, l’Assemblea del popolo aveva infatti recepito nella costituzione una nuova clausola: “La proprietà legale dei cittadini è inviolabile”.
Da allora, la lotta all’interno del Partito si è incentrata sul rendere concreto questo principio generale, attraverso specifici disegni di legge. La resistenza dell’ala ortodossa del Partito aveva finora rimandato la svolta.
Cosa significa “proprietà privata”, in Cina? Da un lato, come è ovvio, si tutelano i diritti del nuovo ceto medio urbano. Il settore privato produce già il 50% del Pil e versa circa l’80% delle tasse.
La nuova norma rappresenta quindi la presa di coscienza che, quello cinese, è ormai un mercato maturo.
Prova ne sia che, in contemporanea, è stata varata un’altra misura: l’abbattimento delle agevolazioni fiscali per le imprese straniere. Il boom delle esportazioni cinese non avrebbe potuto esistere senza il contributo delle multinazionali. Il 60% dell’export è prodotto da imprese straniere il che, per inciso, dovrebbe far riflettere coloro che strillano contro “il pericolo giallo”.
La parificazione fiscale significa che l’economia non ha più bisogno del traino costituito dagli investimenti stranieri per competere sui mercati internazionali.
Ma, al solito, le categorie a noi più familiari – come quella di “proprietà privata” – subiscono in Cina una ridefinizione.
Mentre nella storia occidentale, il fenomeno delle enclosures determinò di fatto l’espulsione dei contadini dalle terre e la costituzione dell’esercitò industriale di riserva che alimentò la rivoluzione capitalista, in Cina l’introduzione della proprietà privata avrebbe dovuto in teoria garantire le masse rurali: quei contadini che rappresentano ancora la componente arretrata della Cina, con redditi mensili che non raggiungono in media i 40 euro. E’ infatti la proprietà statale delle terre a permettere ai funzionari locali di espropriare i contadini con la giustificazione dell’interesse superiore dello Stato. E’ contro queste pratiche che, sempre più di frequente, le popolazioni rurali si ribellano: circa 70.000 episodi di jacquerie solo nel 2005.
La possibilità di possedere la terra che coltivano avrebbe quindi garantito i contadini.
Ma il nuovo disegno di legge non prevede questa tutela.
L’escamotage è stato quello di considerare lo Stato come un soggetto privato a tutti gli effetti, con il pieno diritto di possedere dei beni: citando il principio delle “tre rappresentanze“, si parla di “uguale protezione della proprietà statale, collettiva e individuale”. Ma si riafferma al contempo il supremo interesse dello Stato rispetto a quelli degli altri attori sociali.
La proprietà statale include “le risorse naturali e le infrastrutture appartenenti allo Stato, le proprietà dei dipartimenti governativi e delle istituzioni promosse dallo Stato”. Inoltre si stabilisce che “il Consiglio di Stato o i governi locali debbano, in accordo con le leggi e in rappresentanza dello Stato, promuovere i diritti e tutelare gli interessi degli imprenditori”.
In pratica, lo Stato e i suoi rappresentanti locali continueranno a disporre delle terre.
In questo, c’è tutta la diversità della via cinese al capitalismo o, se si preferisce, del “socialismo di mercato“.
Per le difficoltà a trovare un equilibrio tra grandezza demografica e scarsità delle risorse, la Cina sembra non potersi permettere il libero svolgersi delle forze di mercato e optare ancora una volta per una gestione centralizzata, almeno nelle campagne (700 milioni di persone per circa un milione di kmq di terre coltivabili).
Ma la contraddizione sta nel fatto che proprio questa gestione centralizzata ha finora reso possibili gli abusi che hanno arricchito il ceto dei funzionari locali sulle spalle dei contadini.
A questo punto, l’attenzione dovrebbe dunque spostarsi al “come“: come gestirà lo Stato la sua proprietà delle terre?
L’establishment cinese sa benissimo che la propria sopravvivenza e il futuro della Cina dipendono dalla possibilità di creare benessere per chi, finora, ne è stato escluso. E’ la scommessa della “società armoniosa” di Hu Jintao.
La risposta sta forse nel fatto che in contemporanea al varo del disegno di legge, Pechino aumenta la stretta repressiva sui reati di abuso e corruzione, che possono prevedere anche la pena di morte.
Il messaggio ai funzionari locali appare chiaro: gestite ancora voi, ma gestite bene.
E’ su questo fronte, oltre che su quello ecologico, che si gioca il futuro della Cina.
Cina Mondo Globalizzazione
settembre 10th, 2008 at 12:49 pm
[...] slogan potrebbe implicare qualche cambiamento nel sistema di proprietà della terra. Attualmente i cinesi possiedono molte cose, ma è ancora lo Stato ad avere la proprietà di [...]
dicembre 9th, 2009 at 1:53 am
[...] Proprietà privata, ma non per tutti [...]
marzo 11th, 2010 at 4:57 pm
[...] le mani sulle terre comuni, il sistema attuale ha esiti del tutto simili: consente allo stato di requisire gli appezzamenti – a prescindere dalla volontà dei residenti – e venderli. “L’anno scorso, [...]