Italiani in Cina: uno smanettone a Shanghai

 

Cina fa molto spesso rima con delocalizzazione, soprattutto per quanto riguarda l’attività manifatturiera ad alta densità di lavoro. Ma anche nelle professioni a forte contenuto intellettuale sempre più aziende scelgono il Celeste Impero, sia per esplorare un nuovo mercato, sia per accedere a un nuovo bacino di forza lavoro altamente motivata e preparata, ma tutt’ora poco costosa.
Insomma, la Cina contemporanea sa competere sia al livello più basso, sia a quello più alto del mercato. 
Massimiliano Del Vita, 34 anni, lavora a Shanghai in qualità di Senior Product Manager per Englishtown, la multinazionale dell’e-learning.

Max, come sei finito a Shanghai?
Sostanzialmente per caso, come credo molti degli expatriates che condividono questa esperienza con me. Nel 2005 mi è stato offerto di entrare a far parte di un team internazionale, con sede in Cina, che si occupasse della produzione & sviluppo a livello mondiale di tutto il settore e-learning di EF Education.
A quel tempo, annoiato dalla stagnante situazione del lavoro in Italia, ero alla ricerca di un cambiamento e questa mi è sembrata un’ottima opportunità di crescita, sia personale che professionale.
Trasferirsi nel lontano Oriente non è una cosa facile e all’inizio ho sofferto, ma sono una persona molto curiosa e le sfide non mi fanno paura. Due anni dopo, sono davvero contento e credo di aver fatto la scelta migliore.

Spiegaci le tue mansioni.
Il mio ruolo è quello seguire lo sviluppo del prodotto Englishtown, la più grande scuola online di Inglese al mondo, dalla fase concettuale fino alla sua realizzazione e distribuzione.
Sostanzialmente, sono responsabile della creazione e gestione dei vari componenti della scuola online e di altri, come i laboratori di inglese, che vengono usati sia qui, sia all’estero.
Sono responsabile di un team di 4 persone: 3 product manager e 1 data analyst. Siamo il centro di ideazione e creazione di tutti i prodotti online realizzati a Shanghai.
In parole semplici, io e il mio team ci occupiamo di far sì che la scuola funzioni correttamente e continuiamo a migliorarla introducendo nuovi servizi e funzionalità.

Qual è la posizione dell’azienda sul mercato?
Englishtown si è sviluppata moltissimo negli ultimi 5 anni. Nel 1997 eravamo una delle tante dotcom nate negli Stati Uniti (un ufficio a Boston), con l’idea di rivoluzionare per sempre la formazione linguistica. Oggi siamo presenti in più di 50 nazioni e forniamo formazione linguistica online ad oltre 10 milioni di iscritti (di cui 100.000 studenti attivi ogni anno) e a circa 500 aziende nel mondo, tra cui IBM, Deutsche Post, Siemens, Ericsson, Roche e Telecom Italia, solo per citarne alcune.
Da circa 18 mesi Englishtown ha dato vita ad un nuovo modello di scuola, in Cina e Hong Kong, basato sul concetto di formazione “blended”: un mix di formazione online e in presenza che sta producendo risultati molto promettenti.

Lavori in un tipico esempio di global company, con sedi sparse in tutto il mondo: mi fai una mappa?
Se escludiamo gli uffici di vendita, Englishtown è suddivisa in 4 sedi principali. Il marketing ha due sedi, una a Londra per l’Europa e il Sud America e una ad Hong Kong che si occupa invece di tutta l’Asia.
I centri di produzione sono due. Una sede prinicipale a Shanghai dove risiede il team di Product Development ed una a Chennai, in India, dove abbiamo un contratto di outsourcing per la realizzazione di alcune componenti software che non possiamo seguire in Cina. Questo è un modello abbastanza comune fra le aziende di servizi ICT.

La delocalizzazione in Cina corrisponde solo a ragioni di contenimento dei costi o c’è il tentativo di collocarsi strategicamente in un nuovo mercato?
Storicamente questa azienda è sempre stata interessata all’Asia. EF Education (di cui Englishtown fa parte) era già presente in Cina dall’inizio degli anni ‘90 sia con alcune scuole di proprietà che con una catena in franchising. Da qui è stato semplice cogliere l’occasione per un decentramento della parte produttiva da Boston a Shanghai. Dopo il crollo della new-economy, nel 2001, la scelta di rilocarsi riducendo fortemente i costi era obbligata, pena scomparire dal mercato.
Il primo ufficio di Englishtown è stato aperto nel 2002, in pieno stile start-up; un appartamento e un team di 5 persone guidate da uno dei fondatori. Oggi Englishtown China conta 1000 dipendenti e il nuovo ufficio è un Mega Center da 6.000 metri quadrati con una scuola al suo interno.
La scelta della Cina è decisamente strategica, soprattutto per il mercato della formazione linguistica che qui si sta espandendo incredibilmente. Ogni anno l’incremento di crescita si conta con cifre a 2 zeri e in questo momento stiamo aprendo 2 nuove scuole ogni mese.

Ecco. Qual è lo stato dell’arte dell’e-learning, in Cina?
Dal punto di vista della formazione a distanza, o e-learning strettamente inteso, la Cina non corrisponde ancora a un ambiente ideale. Credo che sia ancora presto per la crescita di uno strumento puramente online. Il mercato dei servizi su Internet cresce più lentamente rispetto a quello della telefonia, per esempio, che invece sta facendo passi da gigante.
Noi qui però sviluppiamo un prodotto che viene distribuito in tutto il mondo e quindi la Cina ha una rilevanza minore per quando riguarda i trend di sviluppo.
Quello che sta succedendo in Cina è invece un progresso della formazione linguistica “tradizionale”. Come dicevo prima, Englishtown ha lanciato un nuovo concetto di scuola, che noi chiamiamo “Smart”, che offre un programma formativo blended, dove la formazione online si integra nel programma di studio in classe.

Spiegaci meglio questo progetto.
In pratica, Englishtown esce dal computer e diventa anche scuola fisica. Abbiamo applicato i concetti della formazione online alla formazione “in presenza”. Gli studenti di “Smart” – che in Cina si chiama “English First” – possono frequentare liberamente tutte le classi che vogliono e poi effettuare i “compiti” sul computer. La scuola mette a disposizione moltissime postazioni sulle quali gli studenti possono studiare, ripassare, o anche effettuare una classe di conversazione dal vivo, con un insegnante online. L’elemento innovativo sta nel fatto che gli studenti possono continuare a studiare anche quando non sono nella scuola.
Il curriculum di studio online e quello in presenza è lo stesso. I contenuti sono condivisi e gli insegnanti della scuola possono verificare online l’andamento degli studi, prima che lo studente si presenti in classe.
E’ come essere a scuola, ma con il turbo. Tutto avviene in modo molto naturale e gli studenti stanno premiando questo approccio.
C’è anche una forte componente di divertimento e socialità. Ogni settimana vengono organizzati eventi: lezioni di Yoga, visite a fattorie biologiche, degustazione di vini e altro. Si fa tutto in inglese e queste sono le attività preferite dagli studenti.
L’esistenza delle scuole diventa un fatto cruciale. Una delle motivazioni più forti che spinge gli studenti a passare tanto tempo a scuola è proprio quella di poter incontrare altre persone, specialmente stranieri.
La scuola diventa momento di aggregazione sociale e di scambio culturale.
In qualche modo possiamo dire che Englishtown, almeno in Cina, sta cambiando il suo focus dalla pura formazione linguistica a quello di strumento che contribuisce a cambiare lo stile di vita.

In questo senso “allargato”, mi pare quindi di capire che la Cina sia un ottimo mercato per l’e-learning.
In questo senso sì, l’e-learning si sta sviluppando molto velocemente e noi creiamo uno strumento all’avanguardia nel settore della formazione linguistica.
La scommessa più grande è quella di commisurare lo sviluppo all’apprendimento degli utenti. E necessario rimanere in linea con le loro aspettative ed esperienze.
Per esempio, Englishtown ha introdotto le classi virtuali – lezioni di conversazione online con insegnanti madrelingua e studenti da altre parti del mondo – nel 2003, ben prima che Skype fosse di moda. A quel tempo, era difficile spiegare il concetto di aula virtuale, mentre oggi, grazie allo sviluppo delle tecnologie voip, è decisamente più semplice.

Altri progetti?
Englishtown sta sviluppando una serie di nuovi strumenti che cambieranno il modo di fare formazione linguistica nei prossimi anni. Un esempio è la serie di Podcast dedicati all’inglese.
Abbiamo appena prodotto PodEnglish, 80 podcast video rilasciati anche su Itunes. Il concetto è quello di creare delle mini lezioni di 5 minuti che possono essere scaricate su un lettore Mp3 o su un PDA o telefonino e che possono essere usufruiti mentre si è in viaggio. A oggi siamo a metà del progetto e la risposta degli utenti è stata fenomenale.
Stiamo andando verso una maggiore parcellizzazione dei contenuti e una contestualizzazione delle informazioni che rappresenterà il futuro di tutta la formazione, anche quella tradizionale.

Se mi permetti di spendere ancora due parole sull’industria dell’e-learning, vorrei precisare un aspetto importante.
Siamo in un’epoca molto interessante per la formazione in generale, ma soprattutto per l’e-learning. Ci troviamo di fronte ad una svolta fondamentale che cambierà per sempre il modo in cui impariamo. In passato diverse aspetti della nostra vita sono stati completamente rivoluzionati dai cambiamenti portati da Internet e dalle nuove tecnologie. Prima abbiamo radicalmente cambiato il modo di comunicare, attraverso l’introduzione di email, chat e instant messaging. Poi, è stata la volta dell’intrattenimento.
Rimangono 2 grandi cambiamenti, che avverranno nei prossimi 5 anni. Dapprima ci distaccheremo dai tradizionali mezzi di interfacciamento con il computer. Mouse e tastiera lasceranno il passo a voce e interfacce fisiche (è di questi giorni la notizia del rilascio di Microsoft Surface). Poi sarà la volta della formazione. Il modo in cui impariamo verrà completamente rivoluzionato.
L’attenzione che Apple sta dedicando alla formazione – con Itunes U dedicato ai podcast formativi forniti dalle più prestigiose università del mondo – è indicativa di come le grandi aziende stiano investendo nella ricerca, per trovare soluzioni ad uno dei problemi più importanti per la crescita e lo sviluppo dell’umanità nei prossimi decenni: come è possibile creare un sistema di formazione continua che accompagni le persone durante tutta la loro vita e che sia utile alle attività specifiche che ognuno di noi svolge, mantenendo un alto livello di affidabilità e contenendo i costi?
Sinceramente mi sento fortunato a lavorare in questo settore, avendo l’opportunità di fare ricerca e di collaborare a dare risposte a queste domande.

Torniamo al presente: come è organizzato il lavoro, nel tuo staff?
E’ l’organizzazione tipica di un gruppo di produzione software che si occupa anche della creazione del contenuto.
Il team è diviso in quattro aree di competenza.
Il Product Management si occupa della ideazione dei diversi progetti e della realizzazione delle specifiche di prodotto.
Content segue la creazione del contenuto, che nel nostro caso è il corso di inglese nelle sue diverse parti: test, filmati, tracce audio o esercizi. Questo team è anche responsabile della parte accademica e deve far sì che la scuola online sia conforme con tutte le altre divisioni e scuole e che il curriculum di studio venga ottimizzato per le diverse aree di prodotto.
Production si occupa dell’effettiva realizzazione dei progetti ed è formato da sviluppatori con diverse skills nel settore delle web application, dei nuovi media, dei database e delle client desktop application.
Infine, il gruppo di Project Management ha la resposabilità di portare a termine i progetti nei tempi stabiliti, facendo sì che tutti questi diversi gruppi lavorino assieme nel modo più efficiente possibile.

Fai un lavoro linguistico in uno staff che di lingue ne parla tre o quattro diverse: quali sono i problemi e quali i vantaggi di questa situazione?
I problemi sono chiaramente legati alla comunicazione di primo livello. La lingua ufficiale dell’azienda è l’inglese e questo facilita un po’ le cose, ma purtroppo non è sempre sufficiente. Non è raro che io mi trovi in meeting con sette o otto persone di diversa nazionalità, in collegamento telefonico con tre o quattro sedi sparse nel mondo, dove  nessuno è madrelingua inglese.
I vantaggi sono quelli legati ad una diversità culturale che ti aiuta spesso a scoprire punti di vista alternativi. Un ambiente di lavoro internazionale e multi-culturale è eccitante e stressante allo stesso tempo. Non c’è davvero rischio di annoiarsi, qui.

In un gruppo di colleghi provenienti da culture così diverse, fate team-building?
Sì, è una attività per noi molto importante e molto seria. Per la tipologia del nostro lavoro e per le dimensioni del nostro team è vitale essere vicini e lavorare in un ambiente completamente collaborativo, evitando attriti e incomprensioni che a volte emergono sia per motivi di carattere culturale che di comunicazione. Un team multi-culturale pone delle sfide che a volte possono sembrare difficili da risolvere.
Cerchiamo di organizzare molte attività extra-lavorative dove lo staff cinese e quello occidentale abbiano la possibilità di conoscersi meglio e di creare legami interpersonali.
Creare rapporti forti a volte risulta difficile. La cultura cinese, soprattutto sul lavoro, induce a non essere particolarmente aperti nei confronti dei colleghi e dei responsabili. In genere, si tende a non portare alla luce i problemi sperando che questi si risolvano da soli.
Uno degli obbiettivi che mi sono posto, in quanto responsabile, è quello di aiutare lo staff cinese ad essere più aperto, a dare voce a stati d’animo o a situazioni che a volte possono gonfiarsi pericolosamente, fino a creare blocchi comunicativi.

La vulgata comune descrive la Cina come patria dell’hardware e l’India come terra del software: hai qualche idea in merito?
Dipende se con Cina si intende Taiwan o la Repubblica Popolare Cinese. E’ vero che a Taipei l’industria dell’ICT, soprattutto quella legata alle memorie e ai microchip, si è evoluta moltissimo, fino a scalzare i principali produttori americani dalle prime posizioni a livello mondiale, ma altrettanto non si può dire della situazione in madrepatria.
Qui l’ICT non si è ancora sviluppata ai livelli di Taiwan. Tranne alcuni esempi, come quello della Lenovo, che hanno più a che fare con logiche di mercato che con specifiche aree di sviluppo, l’industria manifatturiera dell’ICT è ancora legata all’elettronica di basso livello e alla produzione di copie a basso costo di dispositivi come lettori Mp3 o telefonini.
E’ vero che la maggior parte dell’elettronica è fabbricata qui, ma questo ha più a che fare con le enormi capacità nel settore manifatturiero che con una ricerca e uno sviluppo di prodotti cinesi di alto livello. Ci arriveremo presto, ma prima dobbiamo aspettare che le nuove generazioni, quelle degli studenti che oggi vivono i cambiamenti e le aperture, che frequentano università negli Stati Uniti o in Europa, che parlano due o tre lingue, entrino nel mercato del lavoro.
L’India è molto più sbilanciata sul settore del software, come hai detto tu, e su quello dei servizi. Purtroppo non sono mai stato in India ma da quello che ho potuto vedere stando a contatto con i  nostri colleghi di Chennai ho notato che gli indiani hanno un forte approccio analitico e matematico. Questo li porta ad occuparsi più degli aspetti di architettura e di sistemistica. A volte però mancano di inventiva e di fantasia, più tipiche dei cinesi. In generale i cinesi sono molto più creativi ed è per questo che il nostro team a Shanghai si occupa della parte di front-end (ovvero di come le pagine vengono realizzate, delle interfacce e della esperienza in generale), mentre il team indiano si occupa delle fondamenta, dell’architettura della applicazione.

Che consigli daresti a un italiano intenzionato a trasferirsi in Cina per lavorare nell’ICT, sia come libero professionista, sia come imprenditore?
Non ho consigli specifici per il settore ICT ma in generale direi che per avere successo, specialmente se si viene qui con aspirazioni da imprenditore, è consigliabile non fare tutto da soli. Le relazioni interpersonali contano moltissimo, forse più delle abilità singole o delle qualità del prodotto. In questo, la cultura cinese è molto vicina a quella italiana.
La conoscenza della cultura e dei modi cinesi è fondamentale. E’ noto per esempio che in Cina i contratti si firmano a tavola, spesso annaffiati con prolungati brindisi di baijiu (una grappa cinese molto forte).
In questo senso credo che la Cina sia un mercato non ancora maturo, dove le logiche delle corporation sono ancora da sviluppare. Specialmente se la compariamo con gli Stati Uniti, con l’Europa o con la stessa Hong Kong che, infatti, si guarda bene dall’entrare nel complesso economico della madre patria.

Video: PodEnglish – Yoga (Max special guest) [file .wmv]

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One Response to “Italiani in Cina: uno smanettone a Shanghai”

  1. carolina Says:

    Complimentoni Max, mi fa piacere vedere un tuo articolo in internet. Congratulazioni.
    Certo per le foto potevi sceglierele un pò meglio.
    Ciao

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