La guerra dello yuan

 

Il ministro delle Finanze statunitense Henry Paulson è in Cina per una visita al più alto livello, totalmente incentrata sul tema scottante della rivalutazione dello yuan.

Nel frattempo, la valuta del Dragone ha segnato un nuovo record al rialzo rispetto al dollaro: ogni biglietto verde si cambia ora con 7,5596 yuan.
Da quando nel 2005 Pechino ha abbandonato il cambio fisso, lo yuan si è apprezzato del 7.28%. Il nuovo rialzo è determinato, secondo gli analisti, dalla decisione delle autorità di alzare i tassi. Una scelta anche politica, motivata probabilmente proprio dall’imminenza del summit con gli americani.

Ma questo non è sufficiente per Washington, che sconta un debito commerciale eccessivo con la Cina. Il disavanzo aumenta e gli osservatori di parte statunitense sostengono che Pechino stia rallentando volutamente la rivalutazione dello yuan.

In effetti, finché il mercato interno non decolla, la Cina ha interesse a mantenere inalterata l’alta competitività delle sue esportazioni e a favorire gli investimenti stranieri. Vuole inoltre preservare il valore reale delle proprie immense riserve valutarie in dollari.

Da parte loro, gli Stati Uniti continuano a desiderare importazioni a basso prezzo, per tenere sotto controllo l’inflazione. Ma oggi possono ricorrere all’export di nuovi attori commerciali, come il Vietnam, convenienti almeno quanto la Cina.

E’ una situazione molto diversa dal 1997, esattamente dieci anni fa, quando l’allora vice ministro Lawrence Summers andò in Cina a discutere dello stesso argomento. Si era all’indomani del crollo delle cosiddette Tigri Asiatiche e a quel tempo gli interessi di Washington e Pechino coincidevano.

Anche allora l’economia cinese era votata all’export, ma produceva soprattutto articoli low-tech che rifornivano i mercati dei Paesi confinanti, accomunati da un processo di svalutazione delle rispettive monete. Per mantenersi competitiva, la Cina avrebbe potuto svalutare lo yuan, ma a Pechino non interessava ingenerare una reazione a catena che avrebbe mandato in bancarotta le ex Tigri, cioè i suoi compratori.

Era lo stesso scopo di Washington, che temeva una crisi devastante e l’instabilità politica, oltre che economica, di tutta l’area.

Oggi la situazione è molto diversa: le Tigri asiatiche sono state bypassate ed è la stessa economia americana ad essere coinvolta nel commercio globale con Pechino.

Nel frattempo, la rivalutazione dello yuan ha determinato un buon rialzo per il Shanghai Composite Index, che il 25 luglio ha guadagnato 113,64 punti (+2,7%), chiudendo a 4.323,97, appena al di sotto del record del 29 maggio (4,334.92).
Evidentemente, la prospettiva di alti profitti per una semplice questione di apprezzamento della moneta ha suscitato una certa vivacità del mercato.

Per saperne di più:
Asia Times: US-China yuan debate needs new currencyAdditional Us pressure on the yuan

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8 Responses to “La guerra dello yuan”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Un anno senza Made in China Says:

    [...] Mai dire mai. Tra dieci anni la situazione potrebbe infatti cambiare. L’invasione dei mercati occidentali da parte di prodotti cinesi a buon mercato è infatti oggi possibile grazie al fatto che lo yuan mantiene una valutazione eccessivamente bassa rispetto alla consistenza effettiva dell’economia. Quando riterranno maturo un mercato interno in grado di sostituire le esportazioni, è probabile che le autorità cinesi cedano alle pressioni internazionali e rivalutino la moneta più di quanto facciano ora; i salari cresceranno in termini reali e il benessere si allargherà a nuove fette della popolazione. A quel punto, i prodotti cinesi costeranno di più e saranno meno competitivi sui mercati internazionali. [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » G20, istruzioni per l’uso Says:

    [...] La guerra dello yuan [...]

  3. Chen Ying » Blog Archive » La locomotiva arranca Says:

    [...] gettato sul piatto 586 miliardi di dollari per rilanciare consumi e investimenti – procedano a una svalutazione dello yuan, che renderebbe più competitive le proprie esportazioni senza aumentare il potere d’acquisto [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Ipotesi per l’anno del bue Says:

    [...] l’altro, il governo cinese sembra indirizzarsi verso la solita svalutazione dello yuan che può provocare reazioni protezionistiche nei mercati di sbocco delle merci cinesi, innescando – [...]

  5. Chen Ying » Blog Archive » Va’ dove ti porta il business Says:

    [...] La guerra dello yuan [...]

  6. Chen Ying » Blog Archive » Dalla parte dello yuan debole Says:

    [...] è andato in Cina auspicando una rivalutazione dello yuan: niente da fare. Come abbiamo visto, Robert Reich ne parla come di una vera e propria [...]

  7. Chen Ying » Blog Archive » Paul Krugman e il Renminbi Says:

    [...] La guerra dello yuan [...]

  8. Chen Ying » Blog Archive » Tra dollaro e yuan ci rimette l’euro Says:

    [...] pare proprio che la paventata guerra commerciale tra l’accoppiata del G2 sia uno specchietto per le allodole, almeno per noialtri europei, [...]

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