Costi umani
Negli ultimi vent’anni, i disastri naturali sono quadruplicati, colpiscono sempre più persone e soprattutto i più poveri, tutto dipende dal riscaldamento globale.
Sono queste le conclusioni a cui giunge uno studio dell’Oxfam, un network di 13 organizzazioni che si propone di lottare contro povertà e ingiustizia in 100 Paesi.
La ricerca si è basata su dati provenienti da Croce Rossa internazionale, Nazioni Unite e Università di Lovanio, in Belgio e ha il merito di mettere in connessione il global warming con i suoi costi umani.
Nei primi anni Ottanta, al mondo si verificavano in media 120 catastrofi naturali ogni anno. Ora siamo a una media di 500.
Secondo il direttore dell’organizzazione, Barbara Stocking, “le alluvioni di quest’anno hanno colpito più di 250 milioni di persone in Asia meridionale, Africa e Messico”.
E’ il caso di dire che piove sul bagnato, perché sono proprio i più poveri e svantaggiati le vittime di emergenze di questo tipo. E non si tratta di episodi eccezionali: “Questo non è un anno anormale – continua Stocking -, si inserisce in una serie di eventi atmosferici sempre più imprevedibili, frequenti ed estremi, che colpiscono un numero crescente di persone.”
Gli esseri umani colpiti da eccezionali eventi naturali è cresciuto del 70% nel periodo preso in esame, con un’accelerazione notevole negli ultimi 10 anni. Tra il 1985 e il 1994 le catastrofi colpivano in media 174 milioni di persone l’anno, tra il 1995 e il 2004, circa 254 milioni.
“Bisogna prepararsi ad affrontare un numero maggiore di disastri, altrimenti l’assistenza umanitaria sarà sopraffatta e si farà marcia indietro rispetto ai recenti passi avanti nello sviluppo umano”.
Alluvioni e tornadi sono passati dai 60 casi del 1980 ai 240 dell’anno scorso. In particolare, le inondazioni si sono sestuplicate.
In compenso, la frequenza dei fenomeni geotermici – come eruzioni vulcaniche e terremoti – non è cambiata significativamente, il che fa pensare che i mutamenti siano strettamente connessi al cambiamento climatico.
La Cina è consapevole di tutto ciò? Pare di sì. Fa testo il primo “National Assessment Report on Climate Change”.
Secondo le sue proiezioni, nei prossimi 13 anni la temperatura media cinese dovrebbe crescere tra 1,3 e 2,1 gradi. Le piogge aumenteranno del 2% entro il 2020 e del 7% entro il 2050, non risolvendo i problemi di desertificazione al nord, ma provocando alluvioni al sud.
Tutto ciò creerà problemi di approvvigionamento alimentare, aggravato da intrusione di acqua salata e progressiva erosione delle coste nelle aree più densamente popolate del Paese, i delta dello Yangtze e del Fiume delle Perle.
Le alluvioni saranno anche una conseguenza dello scioglimento dei ghiacciai himalayani, che toccherà l’apice tra il 2030 e il 2050. Dopo questa data, il problema sarà inverso: l’assenza di acqua, con danni alle economie che si sono sviluppate sul corso dei grandi fiumi.
Il rapporto sottolinea perciò la necessità che la Cina diventi parte attiva nello sviluppo di nuove tecnologie energetiche e nella gestione politica del riscaldamento globale.
Quanto ai poveri – la fascia più afflitta dal global warming – secondo la Banca Mondiale, 800 milioni di cinesi vivono ancora con meno di 2 dollari al giorno, 135 milioni con meno di 1 dollaro. Sono loro quelli presi tra la necessità di intercettare lo sviluppo e le conseguenze catastrofiche dello sviluppo stesso.
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