Asia, Cina e recessione
Vedi anche: Da crisi-Usa a crisi-Mondo, Que sera, sera
Il collegamento stretto tra bolla subprime, recessione americana e crisi delle Borse mondiali ha dimostrato che l’Estremo Oriente non è più un mondo a parte. Proprio dalle piazze asiatiche è arrivata l’ondata di panico e di ribassi che ha coinvolto il resto dell’universo borsistico tra lunedì e martedì.
Gli investitori asiatici si erano finora crogiolati nella teoria del “decoupling”, quella secondo cui l’Asia sarebbe rimasta estranea a ogni crisi dell’economia americana. I fatti di questi giorni sembrerebbero smentirla.
Che previsioni di lungo periodo si possono fare sulla salute delle economie del Far East, Cina in particolare? Due questioni sul tavolo: esportazioni e mercati finanziari.
Un articolo dell’Economist fa alcune analisi, dati alla mano, sottolineando che alcune economia sono più vulnerabili di altre: “Le esportazioni di Singapore, Hong Kong e Malaysia verso l’America equivalgono al 20% o più del loro Pil, in confronto al limitato 8% della China e al 2% dell’India“.
L’export di Singapore e Malaysia verso gli Usa è crollato rispetto all’anno scorso, ma è stato bilanciato da quello verso la Ue e le economie emergenti, così il totale è cresciuto di un 6%. Ma adesso c’è il timore che anche la domanda dall’Europa subisca un calo.
Nel 2007, le esportazioni cinesi verso gli Usa sono aumentate solo dell’1% (+20% nel 2006), ma l’impatto sul Pil è stato modesto. Tant’è che i dati pubblicati il 24 dicembre indicavano una crescita complessiva dell’11%. Insomma, la Cina è integrata meglio nell’economia mondiale e la crescita prevista per il 2008 è dell’8-9%, grazie allo sviluppo dei consumi interni e a una maggiore capacità d’azione e flessibilità del governo, come sottolinea China Daily.
L’America non è più la locomotiva della crescita ed è il caso malese ad esemplificarlo: le esportazioni verso gli Usa sono crollate, tuttavia c’è stata un’accelerazione nella crescita del Pil dal 5.7% alla fine del 2006 al 6.7% nel terzo quadrimestre dell’anno scorso.
Capitolo export: secondo Peter Redward, di Barclays Capital, la crisi asiatica del 2001 non dipese tanto dal crollo della domanda americana successiva all’11 settembre, quanto da un calo degli investimenti. In pratica le aziende orientali scontarono un debito eccessivo, a fronte di un eccesso di capacità produttiva. Oggi è la stessa regione asiatica che può assorbire la produzione e i conti delle aziende sono più equilibrati.
In definitiva, per il 2008 si prevede una crescita media dell’Asia attorno al 6,4%, contro il 7,8% del 2007. E’ un rallentamento, ma non drammatico.
E c’è anche chi sottolinea che la recessione Usa potrebbe offrire nuove opportunità di investimento all’estero per la Cina.
Su Asia Times, Antoaneta Bezlova sottolinea che anche sfruttando le recenti fluttuazioni dei mercati, le banche commerciali cinesi, ricche di liquidità, hanno acquistato azioni di istituti stranieri e allargato la propria influenza.
Se il trend continua, i fondi pubblici e privati del Dragone potrebbero addirittura raddoppiare i 134 miliardi di dollari investiti all’estero nel 2006, conquistando soprattutto posizioni nell’industria dell’energia e delle materie prime.
Cosa ne sarà invece dei piccoli investitori cinesi, gli “gnomi di Shanghai e Shenzen” che gonfiano le borse con i loro risparmi? Si prospettano tempi duri e Asia Times ci racconta la significativa storia di “Angel”, letteralmente “brutalizzata” dall’orso di Hong Kong. Per l’alta finanza si tratta probabilmente di aggiustamenti che rendono più mature le borse cinesi e azzerano gli investimenti sconsiderati, ma qui subentra la ragione politica: le autorità possono permettersi che questi “aggiustamenti” brucino i risparmi di circa 100 milioni di persone?
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