Il mandato del Cielo
Abbiamo già parlato della struttura del potere cinese e di alcuni suoi aspetti particolari: la società armoniosa, il rapporto con la religione e la strategia delle “trasformazioni silenziose“.
Per comprendere al meglio la sua natura, specialmente in relazione alle enormi cantonate che prendiamo noi occidentali, consiglio di leggere “Potere politico ed arte del governare nella Cina contemporanea” del professor Stefano Cammelli, l’autore di Ombre cinesi col quale abbiamo già collaborato in passato.
Prendendo spunto dagli errori di giudizio di alcuni “italiani notevoli” (tra cui suo padre) di fronte agli orrori del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, Cammelli indaga ciò che definisce “grandezza morale” del potere cinese, un tempo imperiale ed oggi del partito: il “mandato celeste“, appunto.
Si tratta di comprendere che tradizionalmente esso non è “rappresentante del popolo” ma “guida”, “guru”, “grande timoniere”.
Questo principio morale non va messo in discussione. Così, di fronte ai 30 milioni di morti provocati da collettivizzazione e industrializzazione forzate, le colpe non sono state imputate a Mao e al partito, bensì a una mancata educazione delle masse: “Chi aveva spiegato non aveva saputo farlo in modo più convincente, chi aveva guidato non aveva saputo farlo meglio, chi doveva convincersi non aveva voluto essere convinto. I disastri si erano compiuti, i morti c’erano stati: ma non erano colpa di nessuno. Anzi: erano colpa di tutti. Questa fu la straordinaria forza del potere di Mao e del PCC, non in quanto comunisti, ma in quanto forma di governo in Cina.”
Non sono il Grande balzo in avanti o la Rivoluzione culturale a provocare morti e sofferenze, ma la loro messa in pratica da parte dei funzionari provinciali. E i morti stessi non hanno quasi importanza. Chi si è ribellato, chi ha resistito anche passivamente alle misure politiche decise a Pechino si pone automaticamente al di fuori di un principio morale centrale.
Di nuovo Cammelli: “Se il partito è centro morale della nazione, essere fuori dal partito è essere nemici della morale; se il partito è con le masse, esserne contro significa essere contro la masse; se il partito è il futuro essere contro significa essere conservatori. Mancano le ultime antinomie, ma ormai sono chiare: se il partito dà la vita al popolo, se il partito è vita, è chi è fuori dal partito che va incontro alla morte. Se è il partito che rappresenta il bene della nazione, allora chi vi si oppone è il male.”
La decentralizzazione di Deng Xiaoping “non fu decentramento amministrativo ma una vera e propria delega pro-tempore alle autorità locali in attesa che il centro politico riconquistasse nuova capacità di governo. In questa fase che vide il decollo dell’economia locale, scelta vincente nella rinascita dell’economia cinese fu la collaborazione tra quadri di partito e amministratori locali“.
Tiananmen diventa allora un fatto tutto sommato marginale di fronte al nuovo benessere a guida centralizzata. Ma il flirt con l’Occidente viene spezzato proprio da quegli eventi.
Allora il partito compie l’ennesima metamorfosi: scompare. O meglio, si nasconde.
E da noi si afferma l’idea secondo cui la crescita economica avvenga al di fuori e nonostante il Pcc.
Niente di più errato: il partito tiene saldamente le redini del potere cinese e nessuna modernizzazione avviene senza il suo impulso e il suo controllo.
“Nascondi la tua abilità e vivi nell’ombra”, dice una delle massime di Deng.
Così facendo, il Pcc è riuscito “a riportare nell’area della sopravvivenza e oltre gli angosciosi confini della disperazione e della miseria quasi un quarto della popolazione mondiale”.
E’ sempre più guida “morale”, soprattutto dopo che i cinesi prendono atto di come l’Occidente abbia prima sedotto e poi abbandonato l’Urss, l’abbia umiliato anche sbandierando ad arte il tema dei diritti umani. Il vecchio vizio colonialista dei “waifangren” tocca nervi scoperti e suscita risentimenti antichi.
Intanto partito promuove la “legge sulle imprese a capitale misto, quella sul lavoro, quella sul rimborso per danni provocati dallo stato e quella delle imprese che hanno di fatto sradicato il mercato del lavoro tradizionale stabilendo nuovi diritti – proprio così, nuovi diritti – e nuove regole all’interno del mercato del lavoro”.
Risultato: tra il 1997 e il 2005 passa da 60.417.000 iscritti a 70.800.000.
Niente male per un’organizzazione “logora”, incapace di controllare le forze produttive che agirebbero indipendentemente da lei; una combriccola di vecchi chiusi nella loro torre d’avorio.
Natura morale e millenario “mandato celeste“. Per comprendere, in Cina ci devono andare meno esperti di economia e più studiosi.
E’ questa la conclusione di Cammelli e, per quello che vale, pure la mia.
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