Mappamondo infetto
Le nuove malattie infettive – come Hiv, Sars, West Nile virus ed Ebola – stanno aumentando.
Sono frutto del contatto tra uomini e animali, specialmente mammiferi “non umani”. Per ridurne l’impatto, bisogna evitare l’eccessiva promiscuità tra le diverse specie e in questo senso è fondamentale il lavoro di conservazione degli habitat naturali e della biodiversità.
Queste in sintesi sono le conclusioni a cui è giunta la ricerca della Zoological Society of London, della University of Georgia e della Columbia University, che ha analizzato 335 epidemie emerse tra il 1940 e il 2004 e ha permesso di disegnare una vera e propria mappa delle “zone calde” (“hotspots”) dove potrebbe scoppiare la prossima.

Se si osserva la mappa si noterà che tra le aree evidenziate ce ne sono alcune altamente sviluppate, dove la densità umana è notevole: Greater London, la Germania lungo il corso del Reno fino alla Ruhr e la Pianura Padana.
Ma le zone realmente a rischio sono quelle tropicali e dei Paesi in via di sviluppo, perché in quelle aree mancano fondi, politiche di controllo e il contatto tra uomini e animali è più comune.
I ricercatori hanno infatti scoperto che il 60% delle Emerging infectious diseases (EID) è stato causato da animali e che il 71% ha all’origine un agente patogeno riconducibile alla vita nella natura.
Non solo: le zoonosi – così si chiamano le patologie originate da animali – si sono concentrate soprattutto negli anni Ottanta “probabilmente a causa della pandemia di HIV/AIDS, che ha portato con sé una serie di altre malattie”.
Alcune si trasmettono attraverso il contatto con il bestiame, altre con la caccia o incidenti di vario tipo.
Un caso esemplare è quello della Sars che, esploso nel Guangdong tra il 2002 e 2003, è a tutt’oggi assai controverso.
Nel 2004, l’Organizzazione Mondiale della Sanità giunse alla conclusione che il virus si fosse sviluppato tra i pipistrelli, per poi passare a zibetti, tassi e procioni.
In quella zona del sud della Cina, gli zibetti – piccoli carnivori della famiglia dei viverridi – vengono venduti al mercato, macellati sul posto, quindi cucinati nei ristoranti specializzati in piatti a base di selvaggina esotica. Attraverso questo processo, il virus si sarebbe diffuso tra gli uomini.
L’epidemia colpì circa 8000 persone e provocò più o meno 750 vittime, ma i dati ufficiali sono estremamente ambigui: risulta infatti che circa 400 malati perirono di “polmonite virale” prima della scoperta della Sars stessa. La morte delle altre 350, avvenuta entro giugno 2003, fu archiviata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità con una “diagnosi per esclusione“; in pratica, non si identificò una causa certa.
La Sars provocò allarme in tutto il mondo e la paralisi totale dell’economia cinese – fondata sull’export – per 7-8 mesi. Si calcola che anche l’Europa scontò le ricadute della vicenda, perdendo due punti percentuale sul pil.
Dopo aver recepito il rapporto dell’Oms, le autorità cinesi autorizzarono – ed enfatizzarono – la soppressione di circa 10mila zibetti.
Questa storia rivela le implicazioni economiche delle epidemie e il fatto che ricerche e divulgazione giornalistica delle stesse sono formidabili strumenti per orientare le economie e le politiche.
Vedi anche: Unconventional China
Cina Mondo Globalizzazione
maggio 20th, 2008 at 10:41 am
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