Chi è il Dalai Lama?

E’ al centro dell’attenzione internazionale, è stato premio Nobel per la pace nel 1989 e in Occidente suscita ammirazione e simpatia.
Tenzin Gyatso, l’attuale Dalai Lama – cioè “Maestro-Oceano” o “Oceano di saggezza” – è dalle nostre parti una specie di rockstar dello spirito, la cui immagine si contrappone a quella sbiadita dei leader cinesi Hu Jintao e Wen Jiabao.
Con le sue parole e forse ancor più con il suo accattivante sorriso contribuisce non poco a rendere il buddismo tibetano, o lamaismo, la religione in più rapida espansione nel mondo occidentale.
Il britannico The Independent prova a descriverlo sotto forma di faq - Frequently Asked Questions – cioè come se raccogliesse le domande ricorrenti dei suoi lettori.
Ne esce un profilo forse eccessivamente schematico ma utile come base di partenza per ulteriori approfondimenti.
Chi è dunque il Dalai Lama?
Secondo i buddisti tibetani è la quattordicesima reincarnazione del primo leader spirituale, nato nel 1351, che si dice fosse a sua volta reincarnazione di Avalokiteśvara, il Bodhisattva della compassione.
Tenzin Gyatso è nato nel 1935 in una famiglia contadina nel nord-est del Tibet. A tre anni è stato riconosciuto dai monaci come reincarnazione del Dalai Lama precedente, che era morto da quattro anni.
Nel 1950 è salito al trono come leader temporale del Tibet, pochi mesi prima che l’esercito cinese invadesse l’altopiano. Il 17 marzo 1959, dopo una rivolta fallita, è scappato in India, a Dharamsala, mentre una delegazione tibetana firmava a Pechino la rinuncia all’indipendenza.
E’ un leader spirituale o politico?
Entrambi. Sei milioni di buddisti tibetani lo considerano guida religiosa ma è anche leader di 100mila esuli in India. Da quando è in esilio non ha mai smesso di promuovere a livello internazionale la causa del Tibet, sempre con metodi non-violenti, che gli hanno fatto vincere il premio Nobel per la pace nel 1989.
Si è sempre mantenuto in equilibrio tra purezza spirituale e impegno politico e ultimamente ha indicato la “via di mezzo” anche come soluzione per il suo Paese: autonomia all’interno della Cina.
Ha un atteggiamento diverso nei confronti del suo popolo e degli occidentali. Verso i tibetani si comporta da alta autorità morale che dispensa indicazioni e ordini, verso gli stranieri preferisce indossare l’umiltà della pratica buddista, condita con un certo humor. Ai buddisti occidentali ha spesso ricordato che “interessarsi alla religione significa essere coinvolti anche in politica”.
Perché è così famoso?
Secondo l’Independent, “ha portato il Buddismo a Hollywood”. Affascina i ceti intellettuali secolarizzati perché incoraggia la ricerca più che il dogma, “offrendo le gioie del credo senza l’incombenza di dover credere troppo”. Pratiche come la meditazione hanno avuto grande influenza sulla New Age. Ironicamente, non cerca di convertire nessuno ma il Lamaismo è la religione orientale che cresce maggiormente in Occidente.
Se è non-violento, perché i suoi seguaci provocano scontri?
Perché molti giovani tibetani sono stufi del suo pacifismo e hanno scelto la rivolta violenta – provocando la sua disapprovazione e l’allarme del governo cinese – anche se pare che le loro azioni si siano rivolte più contro le cose che contro le persone. Il Dalai Lama ha dichiarato che gli eventi in Tibet sono fuori dal suo controllo e che si sarebbe dimesso se le violenze fossero continuate.
In buona sostanza – conclude il giornale britannico – il Dalai Lama è davvero responsabile (come sostengono le autorità cinesi) delle violenze in Tibet?
Sì, perché…
- La sua campagna per l’autonomia, considerando realisticamente la situazione politica, ha incoraggiato false speranze tra i rivoltosi.
- I cinesi affermano di avere le prove che i disordini “sono stati progettati e promossi dalla cricca del Dalai Lama“.
- Nonostante le sue parole siano quelle di un uomo di pace, le sue azioni sono quelle di un consumato uomo politico.
No, perché…
- E’ sempre stato pacifista e accetterebbe proteste fatte in suo nome solo se non-violente.
- Le autorità cinesi hanno per l’ennesima volta affrontato civili disarmati con l’esercito.
- La politica cinese di colonizzazione del Tibet con immigrati han è la vera causa del profondo risentimento dei tibetani.
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Cina Mondo Globalizzazione
maggio 8th, 2010 at 8:31 pm
[...] è la perdita di biodiversità: un “genocidio culturale“, riprendendo le parole che il Dalai Lama ha utilizzato per definire la “hanizzazione” del Tibet. Esiste quindi una [...]