Una botta di caffeina

Caffè, specialità italiana. Come la pizza e gli spaghetti, del resto. Eppure ormai da anni, i nuovi mercati che chiedono consumi occidentali a gran voce, come la Cina, sono stati conquistati da catene che producono le nostre eccellenze, ma che italiane non sono.
E’ il caso della texana Pizza Hut, della giapponese Saizeriya – specializzata in spaghetti e in ogni cibo tipico italiano – e soprattutto di Starbucks, leader mondiale nella distribuzione di caffè e affini.

Ma parlare di “distribuzione” è limitativo. Starbucks è diventato un vero punto di riferimento generazionale per milioni di giovani orientali che hanno mollato volentieri il tè verde degli antenati per lasciarsi sedurre da espresso, cappuccino e derivati.
Lo dimostra il fatto che fin dall’ingresso della catena in Cina, intorno al 2000, accanto ai locali “autentici” sono comparse imitazioni più o meno riuscite che ne scimmiottano insegne, ambiente, stile.
La penetrazione di Starbucks è tale che, l’estate scorsa, le polemiche attorno alla chiusura della caffetteria della Città Proibita fecero il giro del mondo.

Adesso la compagnia di Seattle lancia un offensiva su tutta la linea che punta a rafforzare la leadership. Non si parla più di semplice consumo, di bar, caffè o caffetterie. Adesso è tempo di “coffee experience“, intendendo con “esperienza” il coinvolgimento dei cinque sensi, della mente e del cuore.

Ne ha parlato in questi termini il direttore generale Howard Schultz, presentando il progetto all’assemblea annuale degli azionisti.

Per prima cosa i chicchi di caffè saranno d’ora in poi direttamente macinati all’interno delle caffetterie. Lo scopo non è solo quello di offrire miscele più fresche ma anche quello di dare una svolta all’odore dei locali stessi, appestati finora dagli orribili sandwitch in vendita.

Non mancano le promozioni. Chi sarà in possesso della Starbucks card ricaricabile potrà avere sciroppi gratis come additivo al “regular latte” o vedersi rabboccare la tazzina vuota da un solerte addetto.
Secondo il modello “drink what you can” potrete quindi ingurgitare tutti i liquidi più esotici e bizzarri senza aggiungere un quattrino all’ordinazione iniziale. E il bello è che che la vostra “experience” sarà sempre la stessa, da Shanghai a Toronto, da Milano a Canberra.

Proprio a Shanghai, l’anno scorso è stato lanciato l’inquietante “Frappuccino”, una specie di caffelatte in bottiglia di cui gli adolescenti vanno pazzi. Una partnership tra Starbucks e Pepsi ha fatto sì che l’intruglio dolciastro e oltremodo lassativo invadesse la città, comprese le macchinette distributrici di bibite nel metrò.

Ma l’ulcera non è obbligatoria. Per incrementare la qualità dell’offerta, ogni negozio della catena sarà infatti fornito di una nuova macchina da caffè - prodotta dalla svizzera Thermoplan e battezzata Mastrena - che permetterà di ridurre al minimo le possibilità di errore umano nella preparazione di un espresso, ottimizzandone aroma e gusto.

C’è poi l’aspetto community. Starbucks lancia Mystarbucksidea.com, il sito “social” nel quale potete lasciare la vostra impronta in forma di consigli alla compagnia e condividerli con altri frequentatori della catena. Un buon modo per far lavorare cervelli creativi senza retribuzione. Un progetto che sembra funzionare, a giudicare dalle prime “idee” regalate al sito.
CustIdea propone per esempio di offrire “corsi di caffè” in cui i clienti possano essere edotti sulla storia del prodotto e sui “modi di usare il caffè oltre che berlo”, qualcuno suggerisce di abbellire i locali, quasi tutti chiedono di poter accedere a internet - soprattutto wi-fi - e avere drink gratis.

All’origine del progetto “coffee experience” c’è la constatazione che Starbucks ha di recente ceduto qualche quota di mercato a rivali che applicano prezzi inferiori. Di conseguenza, le azioni della compagnia hanno perso quasi metà del loro valore del 2006 (40 dollari).

Prendere un caffè era una cosa semplice, una tazzina e via, con lo zucchero o senza. Ora, con la “coffee experience” diventerà una rincorsa allo status symbol, un modo di essere.
E magari il caffè sarà pure buono.

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5 Responses to “Una botta di caffeina”

  1. Cristian Says:

    Non mi è chiaro se lo scrivente critica Starbucks o meno…

  2. gabriele Cortopassi Says:

    Starbucks, che sia Italia o caricatura della stessa, è un fenomeno globale lanciato con un idea commerciale talmente forte da finire per concedere la paternità Starbucks perfino a prodotti italianissimi (mai ormai anche la parola pizza, in molte nazioni, è una parola in Pizzahuttesese).

    È auspicabile una risposta italiana nel campo delle caffetterie internazionali? Perchè no; in quale nazione, se non in Italia, ci sono competenze, esperienze e know how da spendere in questo campo?

    Starbucks resta una realtà articolata, sperimentata e strutturata in maniera tale da non poter non essere presa in considerazione dal punto di vista organizzativo; ma è dal punto di vista delle preparazioni, della qualità, che l’italianità può e deve marcare il suo know how. Deve farlo partendo dalla sua esperienza. In maniera seria, rigorosa e precisa, quasi filologica.

    Un esempio in questo senso credo che sia dato da Chiaroscuro, il nuovo concept Italiano di Mokaflor, la torrefazione di Firenze già molto attiva in campo internazionale.
    Guardando agli elementi di questa ricerca vediamo che l’espresso “made in Starbucks” è spesso definito “italiano” solo in virtù del fatto che è tostato molto scuro. Ma l’espresso italiano è tutto qui?
    No. In un vero espresso italiano la tostatura è bilanciata, come bilanciato è il blend, la miscela. Quella usata da Chiaroscuro per esempio comprende arabiche lavate dal Messico, Costarica e Guatemala, arabica naturali del Brasile e una robusta di qualità come il Monsonato Indiano.

    Il cappuccino è assolutamente un altro elemento in cui l’italianità è evidente. Avete visto quelli di Starbucks? Bolle e bolle d’aria, rigide e inconsistenti, quando lo beviamo sentiamo solo aria e dopo pochi minuti (secondi?) la schiuma è sparita. E avete mai sorseggiato con attenzione un cappuccino italiano fatto con sapienza? La sensazione è cremosità, non bollosità!

  3. Chen Ying » Blog Archive » Crisi e caffè Says:

    [...] nuove opportunità di business a livello locale. Un esempio che viene dalla Cina è quello di Starbucks. Wang Jinlong, presidente della compagnia di Seattle per la Cina continentale, ha annunciato che i [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Il Dragone veste Prada Says:

    [...] Una soluzione è il franchising. Ma vendere diamanti o Lamborghini non è come vendere il Frappuccino di Starbucks e non tutti gli operatori in loco sanno corrispondere all’irrinunciabile “brand [...]

  5. Chen Ying » Blog Archive » Tecnologie verdi e commercio diseguale Says:

    [...] di vita” attraverso il consumo più immediato: McDonald’s, Kentucky Fried Chicken, Starbucks, Pizza Hut per gli alimentari, Nike per l’abbigliamento. Ma già sorgono i corrispettivi [...]

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