Tibet e strategia

E’ possibile applicare alla crisi tibetana il concetto di strategia?
Riprendo due fonti da cui ho già attinto a piene mani in passato e che giudico imprescindibili quando si voglia parlare di Cina senza incorrere negli stereotipi della vulgata occidentale: gli scritti di François Jullien e il sito Polonews del professor Stefano Cammelli.

In due scritti del 17 e 18 marzo, Cammelli si pone una domanda chiave: l’insurrezione - in parte violenta – di Lhasa ha colto di sorpresa il potere cinese o è stata in qualche modo pilotata da esso?

Tralascio la prima ipotesi e faccio un po’ di fantapolitica prendendo per buona la seconda “non così romanzesca come potrebbe sembrare”.
Consiste nel ritenere “che questi incidenti non siano tali e piuttosto siano una gigantesca montatura cui ha contribuito – con già sperimentata irresponsabilità – il sedicente governo tibetano in esilio. Alla vigilia delle Olimpiadi, sapendo che su questo tema la comunità internazionale è in fibrillazione, Pechino potrebbe avere avuto la tentazione di lasciare che modesti incidenti avvenissero prima del tempo per cogliere l’opportunità di togliere di mezzo – per lo meno per il periodo olimpico – tutti coloro che si teme possano provocare incidenti. Meglio un medio incidente a marzo che un incidente grave a agosto”.

Il discorso fila. A Pechino potrebbero essersi chiesti: perché non anticipare eventuali pressioni anticinesi su tutta una serie di questioni – Tibet e diritti umani soprattutto – provocando proprio ora (o dando l’impressione di lasciarsi cogliere impreparati da) un incidente e confidando sul fatto che ad agosto si sia già sgonfiato?

Spegnimenti di fiaccole olimpiche e striscioni calati dal Golden Gate sembrano in effetti mettere in imbarazzo soprattutto i governi occidentali. I cinesi sanno che nessuno boicotterà le Olimpiadi o l’economia cinese, che è troppo integrata a livello globale e che – non dimentichiamolo – assorbe il debito americano e sostiene i consumi delle famiglie Usa secondo i meccanismi della chain-gang economics. Quale malato grave sparerebbe alla flebo che lo tiene in vita?

Ed ecco una situazione simile a quella odierna nella descrizione di Jullien:
“Quando Li Peng, il macellaio di Tiananmen, è venuto in Francia, era molto atteso, ci si era ripromessi di dargli una lezione… Ebbene, è arrivato a Tolosa (come altri dopo di lui); da subito ci ha fatto balenare l’ipotesi di acquistare alcuni aerei, ha saputo far crescere discretamente il “suo potenziale della situazione” e ci ha ridotti al silenzio”.

E’ la strategia alla cinese da lui più volte tematizzata. Si basa sull’efficacia che nasce dall’individuazione dei fattori favorevoli all’interno di una situazione data per farla gradualmente volgere a proprio favore. Non si impone un proprio piano alle cose, mirando all’effetto immediato. Questa sarebbe la strategia occidentale fondata sulla creazione di un modello ideale, un progetto da realizzare secondo uno schema lineare. Il potere cinese attende e intanto veicola lentamente la situazione verso il proprio interesse.

Intanto, quanto meno per la propaganda interna, si può fare sempre leva sulle contraddizioni e la malafede di noi occidentali (che esistono, eccome se esistono).
Noi siamo quelli che chiedono “autonomia” e poi favoriscono lo smembramento dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, con il cadavere ancora caldo del recentissimo caso del Kosovo. Sono umiliazioni che i cinesi non vogliono subire ed esempi che insegnano.

I siti di “controinformazione” del Dragone hanno così avuto buon gioco nel dimostrare che gli sbirri spacciati per cinesi da molte testate europee e Usa erano in realtà nepalesi che picchiavano tibetani in esilio. E quei manifestanti chiedevano un Tibet indipendente, alla faccia dell’”autonomia all’interno della Cina” che proclama il Dalai Lama.

Chi ha visto per cosa manifestavano i tibetani di Lhasa? Non era forse interesse del potere cinese far passare il messaggio secondo cui i manifestanti, tutti e indifferentemente, volevano l’indipendenza, mettendo così a repentaglio l’integrità territoriale della Cina?

Dietrologia? Forse. In tal caso varrebbe la seconda ipotesi di Cammelli, “non meno romanzesca della prima”. Che “Pechino abbia allentato il controllo sul Tibet e che la mancata integrazione cinese in Lhasa sia così macroscopica da avere consentito a quella che sta diventano la “minoranza tibetana” la preparazione di un gesto di queste proporzioni senza che da parte cinese nemmeno ci se ne accorgesse. Esistono altre ipotesi? Quelle sul tavolo, oggi, sono una più angosciante dell’altra”.

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3 Responses to “Tibet e strategia”

  1. stefano rollero Says:

    Secondo il mio vedere il Dalai Lama ha il compito di salvaguardare la vita dei residenti a Lhasa e quindi dice di non boicottare le olimpiadi, inoltre è una persona veramente di grande umiltà, questo però non significa restare indifferenti di fronte ad uno sterminio!

    Le Olimpiadi sono da sempre un momento di riflessione e pace per il mondo intero e dovrebbero esser accompagnate da valori come rispetto, amicizia e lealtà.
    La Cina della pena di morte, delle repressioni politico/militari, della mancaza dei diritti civili, dello sfruttamento minorile e dei lavoratori in genere può rappresentare questi valori?

    Ritengo importante che il nuovo Governo, le forze politiche, le aggregazioni della società civile, propongano un appello in tutte le sedi internazionali di sostegno al popolo Tibetano.

  2. Chen Ying » Blog Archive » Cina e Tibet, cose mai dette Says:

    [...] Tibet e strategia [...]

  3. Chen Ying » Blog Archive » Mescolare la sabbia (掺沙子) e tirare fuori il serpente (引蛇出洞) Says:

    [...] e obbligare quelli moderati a schierarsi sotto l’ala protettrice di Pechino. E’ la stessa interpretazione che aveva dato della rivolta tibetana del 2008 e si basa sull’osservazione della strana incapacità mostrata dalle forze di sicurezza per [...]

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