Libertà di stampa

La Cina condivide con Palestina, Rwuanda e Somalia il 181esimo posto nella classifica mondiale della libertà di stampa, stilata da Freedom House, un think-tank Usa.
Prime sono Finlandia e Islanda, con gli altri Paesi del nord Europa immediatamente a seguire.
Su 195 Paesi considerati, il Dragone è tra i 64 ritenuti “non liberi” (33% del totale); 59 (30%) sono definiti “parzialmente liberi” e 72 (37%) “liberi“.
L’Europa occidentale resta l’area del mondo in cui i giornalisti se la passano meglio, mentre la libertà d’informazione sta perdendo terreno quasi ovunque.

Paesi liberi in verde, parzialmente liberi in giallo, non liberi in viola
Nelle note introduttive alla ricerca si precisa che i casi più preoccupanti si rilevano nell’ex Unione Sovietica, in Asia e nell’Africa subsahariana, e si ricorda che questo è il sesto anno consecutivo in cui la libertà di stampa si deteriora. I lenti miglioramenti di pochi Paesi sono oscurati da “continui, duri attacchi ai media indipendenti da parte di diversi attori, sia negli stati autoritari sia in quelli con situazioni relativamente favorevoli”.
Il metodo utilizzato per stilare la classifica si fonda su 23 domande di carattere legale, politico, economico e sull’assegnazione di punti per ogni risposta. I Paesi più liberi hanno un punteggio più basso: Finlandia e Islanda totalizzano 9 punti, la Cina 84.
L’Italia, con 29 punti, condivide con Samoa il 65esimo posto.
Va osservato che sono considerati liberi i Paesi che raggiungono un massimo di 30 punti.
Tra gli altri, segnaliamo i 16 punti della Germania (16esima), i 18 del Regno Unito (25esimo), i 22 della Francia (40esima) e i 23 della Spagna (46esima).
San Marino, con 17 punti, è al 21esimo posto in compagnia degli Stati Uniti.
Per quanto riguarda la Cina, ecco alcuni punti salienti del paragrafo a lei dedicato.
Il 2007 “è stato segnato da una irrigidimento del controllo dei media e nelle restrizioni a internet in preparazione al 17esimo congresso del Partito, sono stati inoltre incarcerati sempre più web-giornalisti e blogger“.
Anche se la costituzione cinese garantisce la libertà d’opinione (articolo 35), specifici articoli di legge la subordinano all’interesse nazionale, espresso dal partito Comunista. Continuano a esserci temi tabù: i leader politici, la violazione dei diritti delle minoranze in Tibet e Xinjiang, l’indipendenza di Taiwan e il Falun Gong.
Nel 2007 è entrata in vigore una nuova legislazione finalizzata a controllare i media in occasione di “eventi previsti” (leggi “Olimpiadi”). In novembre è stata varata una legge emergenziale che permette alle autorità di revocare la licenza ai media se “riportano ‘false informazioni’ su disastri naturali, emergenze o reazioni del governo a esse, senza aver ottenuto l’autorizzazione preventiva”.
Ciò nonostante, si osserva che un certo allargamento delle maglie si è verificato in occasione di alcuni casi di corruzione, in cui il giornalismo investigativo è stato lasciato in parte libero di svolgere il suo compito. L’inchiesta del giornalista Fu Zhengzhong della televisione dello Henan su un caso di sfruttamento nello Shanxi, a maggio, ha portato alla liberazione di molti giovani lavoratori e alla condanna di diversi funzionari corrotti.
Tuttavia “secondo gli osservatori internazionali, a fine 2007 erano detenuti nelle prigioni cinesi almeno 29 giornalisti e 51 cyberdissidenti, la cifra più alta di qualsiasi Paese al mondo”.
Contribuisce al controllo il fatto che i giornalisti cinesi sono generalmente pagati solo ad avvenuta pubblicazione dei loro lavori. Questo fa sì che scatti un meccanismo di autocensura legato a ragioni del tutto materiali.
A Internet il rapporto dedica attenzione particolare. La Cina è seconda al mondo, dopo gli Usa, come numero di internet users (prima secondo i dati più recenti): 210 milioni di navigatori. Il controllo si fa sempre più stretto. A marzo il governo ha impedito l’apertura di nuovi internet cafè (ne esistevano all’epoca già 113mila). Tra aprile e settembre, in vista del congresso del Pcc, 18.400 siti sono stati bloccati. A dicembre, un nuovo regolamento ha imposto ai siti che pubblicano materiale audiovideo di fare domanda per l’autorizzazione e ha messo al bando parecchi contenuti in base a formule generiche. La misura colpisce circa 60mila siti.
In questo quadro, le compagnie internet straniere hanno ampiamente collaborato con la censura: Msn e Google filtrano i risultati della ricerca “sensibili” e, ad agosto, Yahoo! e Microsoft hanno sottoscritto un “codice di autodisciplina” che tra le altre cose sollecita i bloggers a registrarsi con il loro vero nome e impegna i provider a cancellare i post “illegali o malsani”
Le note sulla Cina del rapporto di Freedom House sono molto dettagliate, con dati e casi esemplari. Per leggerle nella loro interezza, cliccate qui e andata a pagina 45 del file .pdf.
Per approfondire ulteriormente, ecco un’inchiesta di Al Jazeera (in inglese) sulla libertà di stampa in Cina.
Al Jazeera: China Press Freedom, pt1
Al Jazeera: China Press Freedom, pt2
Vedi anche
Cina Mondo Globalizzazione
maggio 11th, 2008 at 9:54 am
Credo che l’informazione in Italia sia sufficientemente libera, sta a noi riuscire a fare una sintesi tra le varie coloriture che le diverse testate danno ad una notizia. Chiaro che Manifesto e Libero danno informazioni “di parte”… l’operazione non è facile, ma quantomeno ci rimane la libertà di decidere a chi credere, di indignarci se non siamo d’accordo, di sbugiardare le faziosità eccessive e di escludere gli eccessi. Anche testate che appartengono allo stesso editore manifestano spesso posizioni differenti, con diverse sfumature di asservimento/libertà (il tg5 non è il tg4)… Non bisogna fermarsi alla prima campana, ma questo secondo me vale in Italia come nel resto del mondo.
maggio 11th, 2008 at 6:21 pm
io credo invece che l’Italia sia poco libera per ragioni strutturali ben precise e per vizi tipici del nostro Paese. Chiariamo subito: non penso ci sia una censura all’opera come nei Paesi esplicitamente totalitari, la cosa è molto più sottile.
Innanzitutto in Italia ci sono pochi soldi e gli editori non sono mai editori puri: sono imprenditori con interessi “altrove”, che utilizzano i media per guadagnare consenso o per condizionare l’opinione pubblica.
Questo fa sì che scarseggino i media realmente “indipendenti” (chi ci mette i soldi?) e che molti giornalisti si autocensurino preventivamente pur di compiacere il padrone (“tengo famiglia”).
Secondo: gli italiani non leggono, la televisione fagocita tutto, con il suo codice che ci vuole esclusivamente “spettatori”, la lottizzazione delle testate e la guerra dell’audience. Credo che le differenze in quell’ambiente asfittico siano fittizie, la programmazione è più o meno simile da testata e testata per compiacere il pubblico e ottenere di più dalla raccolta pubblicitaria.
Terzo: l’Italia è provincia della provincia. I media spesso riciclano materiale di seconda mano di altre testate (internazionali) e quindi ne assumono anche i luoghi comuni (e gli intenti politici). Sulla vicenda Cina-Tibet abbiamo avuto un’informazione unilaterale secondo lo schema (da film hollywoodiano) “i buoni da una parte, i cattivi dall’altra”. E’ organizzazionepolitica del consenso, NON informazione.
Aumentano gli introiti pubblicitari anche su internet, è vero, il che amplia le possibilità per la Rete (media “aperto” per definizione). Qui gli scenari sono aperti, mi limito però a osservare che:
1) I contenuti “dal basso” (blog, social network, etc) non riescono ancora a costituire un modello economico alternativo alle maggiori testate. Senza un reddito, il blog resta attività dopolavoristica (ne so qualcosa)
2) Le realtà “maggiori” o sono repliche dei giornali cartacei (Repubblica, Corriere, Sole 24h) o sono portali (Msn, Virgilio, Libero) in cui le esigenze informative sono subordinate a quelle di marketing, in cui il giornalista non è neanche riconosciuto e con dietro grossi gruppi (soprattutto delle telecomunicazioni) che hanno i propri interessi da imporre (ne so qualcosa bis)
Ecco perché l’informazione in Italia non è a mio avviso per niente libera
maggio 15th, 2008 at 6:59 pm
[...] Libertà di stampa [...]
giugno 6th, 2008 at 5:02 pm
[...] Libertà di stampa [...]
maggio 6th, 2010 at 9:52 pm
[...] Libertà di stampa [...]