Tigri e talebani

Cos’hanno in comune? Su Asia Times ce lo dice con la consueta brillantezza il columnist Chan Akya, sostenitore della “mano invisibile del mercato” come soluzione ai problemi del mondo: dalla guerra ai talebani, appunto, all’estinzione delle tigri a causa del consumo dei loro organi sessuali da parte dei cinesi.

Punto primo: sarà il frumento a sconfiggere i talebani. Sembra infatti che a causa del generale aumento dei prezzi alimentari, con il grano a tirare, i contadini afghani stiano abbandonando il papavero da oppio e, complice anche il blocco delle importazioni di frumento dal Pakistan, riconvertano massicciamente i campi alla più tradizionale – e meno pericolosa – coltura.

Per la prima volta dall’inizio della guerra (2001) la produzione di oppio è infatti in calo. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, confermato dal ministro afghano responsabile delle operazioni anti-narcotici – generale Khodaidad - Oltre 20 delle 34 province del Paese sono attualmente opium-free.
Ma il fenomeno non sembra collegato a significativi progressi militari dell’alleanza.

Anche nelle aree controllate dai talebani qualcosa sta infatti cambiando: in base a testimonianze, nella provincia di Helmand il grano sta rimpiazzando il papavero, tagliando una notevole fonte di reddito per i guerriglieri.
Laddove gli sforzi militari non sono riusciti per 7 anni, potè quindi il mercato.

In linea teorica, la riconversione dovrebbe danneggiare i talebani per due motivi.
Primo, il commercio del grano necessita di infrastrutture maggiori rispetto a quello dell’oppio per produrre gli stessi profitti; in uno stato di guerra, difficilmente i guerriglieri possono provvedervi.
Secondo, molti contadini potrebbero coltivare il frumento per l’autoconsumo, mentre l’oppio deve essere venduto attraverso la rete commerciale controllata in gran parte dagli studenti islamici.

Nel 2006, l’Afghanistan era responsabile del 90% della produzione mondiale di oppio, per un valore dell’export che – secondo l’ultimo rapporto Onu su crimine e droga (2007) – supera i 3 miliardi di dollari, circa la metà dell’intero pil del Paese. Più del 12% degli afghani (23 milioni in tutto) è coinvolto nella coltivazione del papavero.

Sia i talebani sia il governo di Kabul hanno da sempre un atteggiamento contraddittorio verso la coltura, i cui proventi consentono l’acquisto di armi e munizioni e sono spesso l’unica fonte di sostentamento per gruppi tribali che è meglio tenersi buoni.

Gli studenti islamici sono ufficialmente contrari ai narcotici e hanno spesso distrutto le coltivazioni di papavero nei territori che hanno occupato. D’altra parte, hanno ammesso che l’oppio è vitale per la loro economia e concesso deroghe motivate dal fatto che mentre l’hashish - che è bandito – viene consumato anche dai musulmani, l’oppio è interamente esportato e danneggia quindi la salute degli “infedeli”.

Quanto al governo afghano, su pressioni occidentali ha spesso condotto campagne anti-oppio, ma è un dato di fatto che dal suo insediamento le coltivazioni di papavero si sono estese invece che ridursi. Almeno fino alle ultime rilevazioni. Il generale Khodaidad ha di recente assunto una tattica più soft rispetto a quella preferita da americani e governo di Kabul, che consisteva nel bombardamento dei campi con prodotti chimici.

Il ministro, ha adottato un metodo “bastone e carota” che coinvolge i consigli degli anziani nei diversi villaggi e che si basa sull’offerta di impieghi alternativi ai coltivatori che rinunciano all’oppio: costruzione di ponti, strade e scuole, lavoro in industrie come quella dei tappeti.

A spianare la strada ci prova ora il mercato e la sua mano, questa volta visibilissima e molto somigliante a una spiga.

E veniamo alle tigri: in India si stanno estinguendo. Alla radice del problema, la grande domanda di organi sessuali degli esemplari maschi da parte dei cinesi - maschi pure loro – che li mangiano ritenendo che diano vigore, (come del resto i cavallucci marini e non si sa quanti altri prodotti naturali).

E’ la medicina tradizionale, quanto ci sia di vero non si sa, ma sta di fatto che la credenza induce al consumo di massa. Le stesse autorità di Pechino, secondo Akya, permettono più o meno deliberate stragi negli zoo piuttosto che imporre un diverso tipo di consumi.

Come evitare che lo sterminio continui? Semplice, sull’esempio del papavero in Afghanistan, bisogna far sì che sia più conveniente proteggere le tigri che ammazzarle.
Il punto è proprio questo: nonostante i turisti siano disposti a pagare migliaia di dollari per i safari fotografici, attualmente, a causa del consumo cinese, una tigre morta vale più di una tigre viva.

E quindi, secondo la mano invisibile del mercato, piuttosto che sprecare risorse nella dislocazione di rangers nelle foreste, si risolve il problema coinvolgendo le popolazioni locali nel mercato del turismo “pacifico” come alternativa al bracconaggio.
Dopo tutto, assomiglia molto alla guerra in Afghanistan.

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One Response to “Tigri e talebani”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Kirghizistan, colpa della Cina assetatrice Says:

    [...] come retrovia per le missioni in Afghanistan. “La Russia vuole fermare i grandi flussi di droga da Kabul: quindi due fattori sono in gioco, ma non così forti da motivare un cambio dell’elite. Anzi [...]

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