Verso Pechino, al cinema

Ning Ying, regista, donna, l’occhio su Pechino da 15 anni a questa parte.
E’ attraverso i suoi film che si può compiere un’ulteriore manovra d’avvicinamento – cominciata con l’ultimo libro di Renata Pisu – alla città che ospiterà le Olimpiadi.
Un percorso che è anche temporale:
1993, For Fun; 1995, On the Beat; 2001, I Love Beijing: è la cosiddetta “trilogia di Pechino“, imperdibile per chi voglia vedere in sequenza la città negli anni in cui è stata rivoltata come un guanto.

Sono piccole storie quotidiane.
In For Fun un gruppo di pensionati, amanti dell’opera di Pechino, si organizza in club per coltivare la propria passione. E’ un film interamente giocato sul contrasto tra vita quotidiana e “presenza” di questa forma d’arte.
On the beat è invece la ricostruzione dell’attività di un commissariato di polizia, tra prepotenze gratuite e assurdi pogrom di cani randagi. Offre un senso di routine dell’assurdo, i poliziotti di quartiere non hanno già più la forza dei vecchia amanti dell’opera: si lasciano vivere.
Tuttavia, entrambi i film sono ancora con un piede nella “vecchia Cina“. Anzi, raccontano la vecchia Cina che, nel bene o nel male, trova il modo di ricollocarsi in quella nuova.

Il contrasto è netto invece nel terzo film che, non a caso, arriva 6 anni dopo il secondo.
I love Beijing, anno di grazia 2001, la Cina è entrata o sta per entrare nel Wto. Un taxista con fregole da playboy cerca di saltare sul treno del nuovo che avanza: soldi, belle donne, nuovi ricchi. Lui li porta in giro ma resta un escluso. E finisce per prendersela con gli ultimi degli ultimi, ma non fino in fondo.

E’ un uomo a metà, giovane ma già condannato a stare dalla parte sbagliata della nuova “società duale“, quella in cui da un lato c’è chi ha il successo e dall’altro chi è costretto a vivere prendendosi cura di lui. Il taxista, appunto.

Seguito ideale della trilogia, quasi un flash forward, è Perpetual Motion del 2005. Qui la vecchia Pechino non c’è più, ci sono 4 donne in un interno, la middle-class della nuova Cina. E’ il capodanno lunare, Niuniu invita a casa le amiche per scoprire quale di loro è l’amante del marito.

La presa diretta della Pechino sporca, confusa, ma “all’aperto”, lascia il posto alla sofisticata claustrofobia di una splendida siheyuan (le case tradizionali pechinesi con corte) ristrutturata: è la Cina dell’iperindividualismo anche nelle relazioni personali.
I ricordi della Cina che fu sono relegati in soffitta, sotto forma di vecchi libri e quaderni.
Un Sex and the city con più umanità e meno stereotipi. Soprattutto senza le insopportabili quattro cretine del serial americano.

Hong Huang, protagonista di Perpetual Motion, intervistata da Danwei

Di altra regista – Li Yu – e diversa sensibilità è il recentissimo Lost in Beijing. Pechino si vede meno, se non in inquadrature un po’ da cartolina e la storia è tutta incentrata su relazioni personali e individuali. E’ un incrocio di coppie: Ping Guo, giovane massaggiatrice, viene violentata dal capo mentre il marito lavavetri osserva casualmente la scena. Per vendicarsi, il ragazzo spilla quattrini al reo e intanto comincia una relazione con la di lui insoddisfattissima moglie. Ma il bambino che tiene in grembo Ping Guo di chi è?
Siamo nella Cina del nuovo millennio, ogni situazione può risolversi con un bel business.
Il film è stato censurato in Cina per le scene di sesso e a Li Yu è stato proibito di lavorare per due anni. In questo è “politico”, nel senso che ci rivela le idiosincrasie del potere cinese. E’ un buon motivo per vederlo.

Scene da Lost in Beijing

Vedi anche:

Share

One Response to “Verso Pechino, al cinema”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Gemma d’autunno – 秋瑾 Says:

    [...] Verso Pechino, al cinema [...]

Leave a Reply