La Cina al centro

La Cina al centro dell’attenzione, la Cina in mezzo. Per noi è qualcosa di vagamente esotico, per i cinesi è semplicemente il ritorno all’ordine naturale delle cose. Zhong, il carattere che compone il nome stesso dell’”Impero di Mezzo” (Zhongguo), rappresenta una linea che attraversa un rettangolo. Niente di più semplice, graficamente parlando.

Il “giusto mezzo” o l’“invariabile mezzo” è uno dei cardini della filosofia confuciana. E’ più un’idea di equilibrio al’interno del continuo mutare delle cose che un appello alla moderazione come noi la intendiamo.

I popoli “barbari” che nel corso dei secoli hanno invaso la Cina – dai mongoli Yuan ai mancesi Qing – l’hanno sempre percepita come centro del mondo, da conquistare a partire dalle loro periferie. Una volta oltrepassata la Grande Muraglia, si spogliavano delle loro identità per lasciarsi colonizzare culturalmente dagli sconfitti. La Cina non era “solo” un luogo, era anche un universo di valori e un’organizzazione politica (l’impero) attorno a cui gravitavano gli altri popoli.

A cavallo tra Cinque e Seicento, un italiano, il gesuita marchigiano Matteo Ricci, insegnò ai cinesi l’arte della cartografia e disegnò le prime mappe di Zhongguo. Invariabilmente, la Cina compariva al centro.

Nel 1793, l’impero britannico cercò di penetrare la Cina con un’ambasceria commerciale. La guidava lord Macartney, che fu costretto a fare una lunga anticamera perché non voleva inchinarsi adeguatamente all’imperatore Qianlong. Tornò a casa con le pive nel sacco e una lettera per re Giorgio che fa ancora schiumare gli inglesi: “Oggetti strani e costosi non mi interessano. Se ho dato ordine che i doni da voi offerti in segno di omaggio fossero accettati, questo è soltanto per un riguardo allo spirito con il quale li avete inviati da così lontano”.

Cinquant’anni dopo, gli inglesi, tornarono con i cannoni per far capire ai cinesi chi era il centro del mondo. In Gran Bretagna era scoppiata la moda del tè, che veniva importato dalla Cina, e il debito verso l’”altro” impero stava ingigantendosi. La Corona cercò di pareggiare la bilancia commerciale smerciando oppio a Hong Kong e dintorni, cosa che provocò la reazione cinese. Gli inglesi vinsero e da allora cominciarono 150 anni di decadenza - e marginalizzazione – della Cina.

Ma qui siamo alle Olimpiadi e allora parliamo di sport. Il boxeur cerca di occupare il centro del ring, perché questa posizione gli consente di pressare l’avversario tra se stesso e le corde, lasciandogli poca libertà di movimento.
Tuttavia, nel più famoso incontro della storia pugilistica mondiale non vinse chi stava in mezzo: Kinshasa, 30 ottobre 1974, Alì stende Foreman all’ottava ripresa. Dopo essersi lasciato schiacciare alle corde per tutto l’incontro, se ne esce con una combinazione rapidissima che fulmina l’esausto avversario.

Qualcosa di simile hanno praticato i cinesi negli ultimi decenni: si sono fatti “periferia“, coltivando il proprio boom economico con pazienza, attirando i capitali di tutto il mondo e producendo per l’export. Nel tempo, si sono di fatto comprati il debito pubblico americano.
Oggi la Cina compete per l’egemonia con il suo massimo debitore e, con le Olimpiadi, torna anche simbolicamente al centro del ring.

Ma stare al centro espone. Il grande tonfo di George Foreman a Kinshasa fece impressione proprio perché quell’enorme corpaccione stava in mezzo al ring. E non seppe respingere l’attacco che arrivava dalla sua periferia.
Oggi, la Cina ha qualche problema del genere.

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Vedi anche: Peacereporter olimpiadi

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One Response to “La Cina al centro”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Giochi, ultimi fuochi Says:

    [...] La Cina al centro [...]

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