Il web mandarino fa ricchi anche (alcuni di) noi

Leggendo un articolo di Antonio Dini sul Sole 24 Ore del 2 settembre, il dato che fa più impressione è quello delle ore trascorse in Rete: 570 milioni. Si tratta del tempo che ogni giorno gli utenti cinesi passano su Internet, oltre cinque volte in più rispetto ai netizen americani (100milioni).
I navigatori del Dragone sono anche diventati più numerosi di quelli Usa: secondo il China Internet Network Information Centre sono arrivati a 253 milioni nel giugno 2008, contro i 223 milioni americani.
E se si pensa che la penetrazione di Internet in Cina è ancora bassa (19,1% contro il 71% negli Usa), si ha immediatamente idea di cosa può diventare in prospettiva il mercato online cinese, specialmente ai tassi attuali di crescita (22%) che fanno prevedere che l’87% dei cinesi sarà connesso entro il 2015.
Ora questo mondo virtuale in geometrica espansione ha bisogno di chi lo riempia e di chi lo gestisca. Se sul piano dei contenuti è inevitabile che i madrelingua siano avvantaggiati nel costruire la “Rete mandarina“, dal punto di vista tecnico la lingua non è un muro invalicabile.
C’è infatti sete di “figure professionali senior che gestiscano reti e infrastrutture, programmino software avanzati per società hi-tech, ma anche per grandi banche e società finanziarie”.
Così c’è già chi ha fatto la valigia verso il Paese in cui – chi si ricorda i bei vecchi tempi della new economy e della “skills shortage”? – gli stipendi crescono del 15% anno su anno.
Le figure più ricercate devono avere anche e soprattutto capacità progettuali e manageriali. Per intenderci, di sistemisti junior o neolaureati di belle speranze ce ne è già a bizzeffe, sfornati a ciclo continuo dalle quotatissime università del Dragone.
Si tratta invece di avere “competenza su grandi progetti“. Secondo quanto riporta l’articolo del Sole, un responsabile della gestione delle informazioni aziendali può guadagnare fino a 500mila dollari l’anno, chi gestisce servizi IT per il settore finanziario può arrivare a 230mila, un programmatore di alto livello per applicazioni bancarie ne porta a casa 153mila.
Insomma, con il capitale umano altamente qualificato, la Cina sembra chiudere il cerchio dell’importazione di competenze dall’Occidente.
La prima modernizzazione del Dragone, a fine ‘800, puntava soprattutto a colmare il divario militare, reso manifesto dalle ripetute sconfitte contro le potenze colonialiste: così si importarono soprattutto armi e metodi per riorganizzare l’esercito, in base alla convinzione che bisognasse adottare la tecnologia occidentale mantenendo “l’essenza” cinese.
Ma dietro a ogni tecnica c’è una cultura e un modello sociale, per cui l’intellighenzia cinese di inizio ‘900 – spesso formatasi all’estero, su pensi a Sun Yat-sen – attingeva già a piene mani dalle idee (e ideologie) che arrivavano da fuori: la letteratura occidentale, nazionalismo e marxismo come strumenti di modernizzazione, fino alla rivoluzione maoista del 1949.
Dopo decenni di chiusura, le nuove aperture di Deng Xiaoping - siamo nel 1978 - diedero il via al ciclo virtuoso in cui l’importazione di capitali+tecnologie ha trasformato la struttura economica del Paese.
Oggi si importano direttamente i cervelli e cominciano anche a esserci i soldi (parecchi) per pagarli.
Vedi anche:
- Il pericolo arriva da Hong Kong
- La Tortuga digitale
- Internet 2008: l’anno del sorpasso
- Online Guanxi
- Virtual China
- Uno smanettone a Shanghai
Cina Mondo Globalizzazione
gennaio 14th, 2010 at 12:32 am
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gennaio 24th, 2010 at 1:30 pm
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febbraio 3rd, 2010 at 12:17 am
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