Quan (權) to the people

Dopo trent’anni di riforme economiche, il Partito comunista cinese sembra interrogarsi sulle innovazioni politiche da adottare per proseguire sulla via del progresso senza destabilizzare il Paese.

Nel dicembre 1978, alla terza sessione plenaria dell’XI comitato centrale, Deng Xiaoping apriva la nuova era invitando quadri e membri del PCC a “Emancipare il pensiero, cercare la verità nei fatti e guardare al futuro uniti come un sol uomo”.
Era l’invito a rompere gli schematismi del maoismo per tuffarsi anima e corpo nell’avventura capitalistica.

Secondo un interessante articolo di Asia Times, le celebrazioni per il trentennale di qull’evento potrebbero essere l’occasione di una nuova svolta. In quale direzione?
Il 55enne Zhang Chunxian, leader del Partito nella provincia dell’Hunan e astro nascente della nomenklatura, ha di recente parlato di “restituire il quan al popolo“.

Cosa intende? Quan (權 secondo i caratteri classici, 权 per quelli semplificati) ha più significati: può voler dire “diritto“, “potere“, “autorità“.
Probabilmente Zhang ha deliberatamente giocato su questa ambiguità.

Nell’attuale contesto cinese – sostiene Wu Zhong, di Asia Times – “restituire il quan al popolo” non significa necessariamente allentare il potere del Partito in direzione di una democrazia multipartitica di stampo occidentale. Più facile che si voglia invece rendere il partito più forte ed efficiente perché meglio corrisponda alle esigenze dei cinesi.

Lo slogan potrebbe implicare qualche cambiamento nel sistema di proprietà della terra. Attualmente i cinesi possiedono molte cose, ma è ancora lo Stato ad avere la proprietà di terreni e risorse naturali. I cittadini di fatto acquisiscono il diritto a utilizzarli per un certo numero di anni, sia che comprino casa (acquistando l’immobile ma di fatto prendendo in affitto il terreno su cui è costruita) o un’area coltivabile (secondo il sistema di “responsabilità famigliare“). Per ragioni di interesse superiore, il governo può sempre requisirli.

In tal senso, “restituire il quan” potrebbe significare il trasferimento della proprietà ai villaggi e alle comunità, liberi poi di affittarli ai singoli o alle famiglie. Il governo non entrerebbe in gioco ma sarebbe preservata comunque una forma di proprietà collettiva. E’ per altro probabile che una riforma di questo tipo incontri parecchie resistenze, in particolare tra i funzionari locali che sarebbero di fatto privati del proprio potere sulla gestione dei terreni.

La restituzione del quan potrebbe anche significare più potere in politica per i cittadini.
Come? La centralità del Partito si fonda già sull’idea – marxista-leninista – che il potere appartenga al popolo: il Partito lo esercita in sua vece.
Il sistema ha però creato ampie sacche di malcostume e corruzione. Se è impensabile che il Partito intenda condividere il potere con altre forze politiche, è invece possibile che voglia istituire meccanismi che permettano al popolo di controllare meglio il suo esercizio.

A tal proposito viene citata la norma – già in vigore – per cui la popolarità di un funzionario, verificata attraverso una pubblica inchiesta tra i suoi “rappresentati”, è fondamentale per determinarne la carriera.
E come dimenticare che ormai da un anno uno dei criteri per valutare i burocrati locali è la qualità delle abitazioni assegnate ai poveri della loro zona?

Si preannuncia forse un nuovo “bombardamento del quartier generale“, come ai tempi della Rivoluzione culturale? Difficile se non impossibile. Non c’è all’orizzonte nessun Mao Zedong che punta a indebolire la nomenklatura per riaffermare il proprio potere.
Oggi ci sono Hu Jintao e la sua “società armoniosa“.

Asia Times: Party time for China

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5 Responses to “Quan (權) to the people”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Confucio e il mattone Says:

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  2. Chen Ying » Blog Archive » Stupro temporaneo Says:

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  3. Chen Ying » Blog Archive » Confucio e l’arte di bloggare Says:

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  4. Chen Ying » Blog Archive » Il partito darwiniano-leninista Says:

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  5. Chen Ying » Blog Archive » Senza terra Says:

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