Cina, licenziare non conviene

In base ai parametri della Banca Mondiale, la Cina è tutt’altro che l’eldorado della deregulation per quanto riguarda il mercato del lavoro.The Doing Business Database riporta, Paese per Paese, una serie di indici, tra i quali compaiono anche i “Firing cost“: liquidazione, indennità e penali dovute a un lavoratore in esubero, nonché gli esborsi dovuti in caso di mancato preavviso. Il tutto espresso in settimane di salario.
Ne emerge un quadro assai eterogeneo e Paesi tra loro anche molto diversi appaiono accomunati dai costi di licenziamento.
Così Stati Uniti e Nuova Zelanda condividono con Tonga e Afghanistan un primato che solletica ogni imprenditore del pianeta e spaventa qualsiasi lavoratore: licenziare un dipendente non costa nulla.
Al contrario, in Cina il prezzo del benservito corrisponde a 91 settimane di salario. Spicca il costo della liquidazione, che dopo 20 anni di onorato servizio del dipendente, costa al datore di lavoro l’equivalente di 86.7 settimane di salario.
Per inciso, licenziare un lavoratore in Cina costa decisamente di più che nei Paesi Ocse (in media 25.8 settimane) e anche più che nei maggiori Paesi europei: Germania (69), Spagna (56), Francia (32), Gran Bretagna (22), Italia (11).
Andando a zonzo per il mondo, anche in India (56), Brasile (37), Canada (28) e Russia (17), Giappone (4) il licenziamento di un lavoratore costa all’impresa meno che in Cina.
The Doing Business Database riporta anche l’indice della difficoltà di licenziare (Difficulty of Firing Index), che assegna ai Paesi un punteggio in centesimi sulla base di alcuni criteri: requisiti e preavviso necessari per dare il benservito, obblighi di ricollocazione o riassunzione, norme che stabiliscono le priorità nelle liste di mobilità, etc.
A punteggio più alto corrisponde una maggiore difficoltà di licenziamento.
Si scopre così che nei due Paesi governati dai leader “bolivariani” Chavez e Morales è di fatto impossibile cacciare un dipendente: Venezuela e Bolivia totalizzano infatti un bel 100. A pochissima distanza ci sono invece i paradisi dei tagliatori di teste, Argentina e Brasile, dove la difficoltà di licenziamento corrisponde a “0“, così come negli Usa e in Canada.
La Cina si colloca esattamente a metà del guado, con un indice di “licenziabilità” equivalente a 50.
I dati della World Bank confermano per l’ennesima volta che la legislazione cinese è piuttosto favorevole per i lavoratori. La legge sul contratto di lavoro dedica un capitolo intero (il IV, art. 36-50) alla risoluzione del contratto, stabilendo una serie di vincoli all’azienda del tutto assimilabili a quelli dei Paesi ad alta sindacalizzazione e ad alto tasso di democrazia sul lavoro. In più c’è l’obbligo da parte del datore di lavoro di “confrontarsi” con il sindacato unico, il cui parere, pur non vincolante, appare molto pesante:
Articolo 43 - “Ogni datore di lavoro che risolve un contratto unilateralmente, deve darne informazione al sindacato con spiegazioni pertinenti. Se il datore di lavoro viola qualche legge, regolamento amministrativo o norma del contratto di lavoro, il sindacato è autorizzato a richiedere una correzione. Il datore di lavoro deve tenere conto delle opinioni del sindacato e comunicargli le conclusioni rilevanti in forma scritta”.
La prova del nove è che il varo della legge (giugno 2007) fece infuriare le associazioni imprenditoriali straniere presenti in Cina.
Il punto è la sua applicazione, con tutto il corollario di controlli necessari a far rispettare le norme anche nelle regioni più remote e in quei contesti in cui il l’imprenditore è anche il locale funzionario del Partito.
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