Burocrazia e fantasia in terra di confine

Muztagh Ata e Karakul all'alba

Muztagh Ata e Karakul: lo slideshow | le foto

Kashgar. Per andare al lago Karakul – il più alto del Pamir, 3600 m – e al Muztagh Ata (7.500 m), lungo la Karakoram Highway, è necessario procurarsi un permesso speciale per stranieri. Noi siamo in quattro: un italiano, una svedese, una cinese e l’autista. Se per caso lasciassimo perdere il lago e proseguissimo per il confine pakistano, allora del permesso ne avrebbe bisogno Xiao Jing, perché i cinesi non possono accedere liberamente a quell’area di confine.
Non c’è via d’uscita, qualche permesso bisogna pur farlo.

Andiamo alla stazione di polizia, ma l’addetto ai visti oggi non c’è. Tuttavia, lo stesso funzionario in servizio ci dice come aggirare l’ostacolo: “Cercate qualcun altro da portare con voi, così sembrate più ‘turisti in comitiva‘ e magari nessuno vi controlla i documenti. Oppure trovatevi una guida autorizzata o qualcosa di simile che vi accompagni”.

Yang Dian Min, l’autista, esclude immediatamente la prima ipotesi – “Nella Jeep non ci stiamo” – per cui torniamo all’ostello di Kashgar dove la ragazza han che lo gestisce “si inventa” guida e produce immediatamente a me e a Caroline due autorizzazioni false, fresche fresche di stampante. E fa niente se si è dimenticata di scriverci sopra anche i cognomi, il nome di battesimo basterà senz’altro.

Andiamo in un’altra caserma, dove l’intraprendente Yang chiede alla poliziotta di guardia (uyghura) se i permessi vanno bene. La risposta è “no“.
Senza perdersi d’animo, il nostro autista chiama un suo amico uyghuro, pezzo grosso dell’esercito, che guarda caso proprio quel giorno deve recarsi con altri soldati nella nostra stessa area, ma purtroppo non conosce bene la strada.
E’ deciso: ci seguiranno e al checkpoint del Canyon di Ghez e la nostra Jeep passerà come “appendice” della loro.

Senza chiederci come mai delle guardie di frontiera non conoscano la strada per andarci, alla frontiera, ci rechiamo a conoscere il nostro benefattore. E’ un giovane graduato dal volto mediorientale. Immediatamente, tra lui e Yang, si anima una discussione su chi si assumerà la responsabilità in caso ci siano problemi. Grande espressività: un han e un uyghuro si agitano nella lingua locale, alternando fasi di gestualità accentuata, accondiscendenza, grida ed espressioni di stupore.

Alla fine la questione resta indeterminata, ma il militare telefonerà alla poliziotta uyghura di prima, visto che la conosce di persona, per farci dare l’anelato lasciapassare. Arriviamo alla caserma ma la donna non c’è più, sostituita allo sportello dal suo capo, che disgraziatamente non è amico del nostro soldato di frontiera. Niente da fare.

Sempre più adrenalinico (ed espressivo), Yang telefona al suo amico militare, che taglia corto e dice di partire comunque insieme, fregandocene. In caso, lasceremo al checkpoint di Ghez i nostri passaporti “in ostaggio”. Yang approva, non prima di averci chiesto se Italia e Svezia siano per caso Paesi musulmani: cioè, in pratica, se io e la rossa e lentigginosa Caroline possiamo essere scambiati per terroristi islamici in transito. Un altro problema potrebbe essere costituito da eventuali visti pakistani sul nostro passaporto. Appurato che siamo “puliti”, si parte.

Ci aspettiamo di fare la strada con i militari, ma di loro non c’è traccia. Yang ci spiega che ci attenderanno più avanti: loro vanno più spediti perché nei centri abitati possono superare i limiti di velocità a cui i comuni mortali sono invece vincolati. Questa constatazione lo induce a tirare la Jeep a 80-90 all’ora sulle strade tortuose del canyon, per controbilanciare i 50 all’ora scarsi dei villaggi che abbiamo attraversato e raggiungere i militari. Mi abbarbico alla “maniglia della suocera” e stringo i denti.

Arriviamo al checkpoint di Ghez in perfetta solitudine, i soldati sono già lì ad aspettarci. Ma come, non si era detto che non conoscevano la strada? Resisto alla tentazione di approfondire l’argomento, così come a quella di fotografare un bambino bello voncio che ciuccia un pezzo di cuoio sotto gli occhi della madre in abiti tipici (il divieto a scattare foto è ben visibile).
Ci viene fatto segno di entrare nel posto di guardia, mentre Yang e l’amico militare continuano a ciacolare, distesi, sorridenti e con le mani in tasca.
Il soldato di guardia ci squadra, prende i passaporti, le varie carte, e vista tutto senza fare una piega.
Ma siccome è un ragazzo preciso, sulle autorizzazioni false della guida altrettanto falsa aggiunge a penna i nostri cognomi.

Muztagh Ata e Karakul: lo slideshow | le foto

Vedi anche: Facce da Xinjiang

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7 Responses to “Burocrazia e fantasia in terra di confine”

  1. Chen Ying » Blog Archive » L’Oriente è rosso Says:

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  2. Chen Ying » Blog Archive » Kashgar 喀什 Says:

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  3. Chen Ying » Blog Archive » Urumqi 乌鲁木齐 Says:

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  4. Chen Ying » Blog Archive » Uyghuristan, la difficile periferia Says:

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  5. Chen Ying » Blog Archive » Xinjiang, nuove risorse Says:

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  6. Chen Ying » Blog Archive » Melting pot, privilegi e incomprensioni Says:

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  7. Chen Ying » Blog Archive » Mescolare la sabbia (掺沙子) e tirare fuori il serpente (引蛇出洞) Says:

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