Kashgar 喀什

Lo slideshow | Le foto

Il mercato domenicale di Kashgar, finalmente, la meta verso cui tutto converge. Se ne parla come di un rito antico migliaia di anni, uno snodo sulla via della seta, il bazaar per eccellenza, il più grande dell’Asia. Sarebbe più corretto dire che di domenica tutta Kashgar si trasforma in un mercato.
Esistono poi due poli riconosciuti, il Gran Bazaar propriamente detto, nella zona nord orientale rispetto alla città vecchia, e il Mercato degli animali, nella parte sud.
Cosa si compra? Cibo, soprattutto. Non si può fare a meno di assaggiare tutto, girare tra le bancarelle e fare conoscenza, perdere tempo scegliendo un certo tipo di mandorle o uva passa, godersi una fetta di melone, farsi un succo di melagrana e, soprattutto, divorare il kewap, lo spiedino onnipresente a ogni angolo di strada.

Lo Xinjiang è un mondo di griglie accese. Odore di carne arrostita, ovunque. A Turpan ho assistito allo spettacolo di un intero viale che, al tramonto, si trasformava all’improvviso in un’arteria fumante e odorosa. La griglia ti porta fuori, per strada, vedi quello che mangi e lo gusti di fianco alla materia prima – la pecora – appesa accanto a te e scannata di fresco. Noi non vogliamo vedere ciò che mangiamo, i cinesi sì – si pensi ai pescivendoli di strada dotati di vasche in cui l’animale che tu sceglierai sguazza ancora del tutto ignaro – e gli uyghuri pure.

Il Mercato degli animali è grande come un paio di campi di calcio che, gradualmente si riempiono di una massa vociante e – soprattutto – belante. Sì, ci sono anche bovini e cavalli, ma la vera protagonista è la pecora, di razze diverse. Un montone sgozzato è lasciato lì, in mezzo ai recinti, a dissanguarsi. Dev’essere stato un animale malato, potenzialmente dannoso, nessuno se ne cura.
Giovani pastori, bambini, trascinano le pecore da un recinto all’altro, sfoggiando la propria abilità come cow-boy a un rodeo. Sorridono verso l’obiettivo fotografico, poi si ridanno un tono e tutti seri portano a termine il loro compito in una nuvola di polvere. Gli adulti contrattano, banconote passano di mano in mano e ogni tanto qualcuno fa finta di abbandonare la trattativa con grande ostentazione. Inevitabilmente torna indietro.
Vado a mangiare chuchura, i deliziosi ravioli al forno ripieni di carne d’agnello. Per cuocerli vengono appiccicati sulla parete interna del forno, quando cadono sulla brace sono pronti. Mi siedo a una tavola comune dove faccio la conoscenza di due commercianti di bestiame. Vengono da fuori Kashgar, dicono che qui le pecore costano meno. Mi chiedono se sono pakistano.

Nuovo scenario, il “Gran Bazaar”. Al corpo centrale, coperto, di domenica si aggiunge un mercato diffuso nelle viuzze laterali, quando calano sulla città gli abitanti dei villaggi della provincia. Vendono di tutto, ma è ancora il cibo a farla da padrone. Uva, dolcissima. Dallo Xinjiang arrivava il vino consumato alla corte imperiale, nonché parecchie concubine. Imperdibili sono anche i gelati: un unico gusto, panna, un unico colore, bianco. Ma la panna sa davvero di latte.

Sono in giro con Ni Hao Ran, di Taiwan, che ha scelto i bambini come soggetto privilegiato delle sue foto e li “ripaga” con dolcetti acquistati apposta. Dice che non c’è problema, loro sono contenti così. Mi irrigidisco, alle mie orecchie occidentali tutto questo suona malissimo. Devo parzialmente ricredermi quando un ragazzino, di fronte alla moschea Id Kah, mi tira addosso il suo cerchio per attirare l’attenzione e farsi fotografare. Altri due – un maschio e una femmina – mi corrono incontro e si mettono in posa in un vicolo mentre sto fotografando tutt’altro. Penso che tutto sommato non faccio nulla di male e scatto: posto il rispetto che si deve ai bambini di ogni luogo, le paure, le emergenze e anche l’etica cambiano al cambiare della latitudine.

Il sorriso è il passe-partout universale anche qui, come in tutta l’Asia. Il mio incrocia quello di un anziano venditore di angurie che subito mi invita a sedermi di fianco a lui. Dopo quattro chiacchiere, pianta lì il business e mi fa entrare in casa – che sta subito dietro al suo banchetto – dove mi mostra tutti gli album di famiglia. Apprendo così che ha avuto 5 figli e due cavalli, “dei veri campioni”, ma adesso i cavalli non li ha più; lo afferma con sguardo distante e vagamente malinconico. Non si capacita del fatto che io non sia sposato, è già il terzo o quarto che  desidera procurarmi una moglie. Ricorro al solito vecchio trucco di fargli vedere la morosa sul display della macchina fotografica, lui tira fuori il cellulare e la fotografa. Poi mi fa promettere che l’anno prossimo farò un figlio.

Siamo nella città vecchia di Kashgar, case di fango e raffinatissime architetture islamiche, umanità ospitale, volti indoeuropei. 4mila chilometri da Pechino, in Asia centrale, quasi a metà strada tra Milano e Shanghai. Penso ai 16 poliziotti uccisi in un attentato ad agosto, poco prima delle Olimpiadi, e non riesco a capacitarmene, tutto sembra molto tranquillo, lento, circolare.

Lo slideshow | Le foto

Vedi anche:

  • Share/Bookmark

6 Responses to “Kashgar 喀什”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Urumqi 乌鲁木齐 Says:

    [...] Kashgar 喀什 [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Rovine Says:

    [...] Kashgar 喀什 [...]

  3. Chen Ying » Blog Archive » Xinjiang, nuove risorse Says:

    [...] Kashgar 喀什 [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Lati oscuri Says:

    [...] Kashgar 喀什 [...]

  5. Chen Ying » Blog Archive » Gli zingari di Cina Says:

    [...] Kashgar 喀什 [...]

  6. Chen Ying » Blog Archive » Siringhe Says:

    [...] Kashgar 喀什 [...]

Leave a Reply