Urumqi 乌鲁木齐

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Urumqi è la tipica metropoli cinese in espansione, con la sua brava skyline di grattacieli e il centro città tutto neon e shopping compulsivo. Tre milioni di abitanti circa, solo cent’anni fa era descritta come un postaccio dove poteva capitare di assistere per strada a efferati supplizi e dove era meglio non partecipare ai fastosi banchetti ufficiali che spesso si trasformavano in stragi sanguinolente.

Oggi è una città fondamentalmente han (circa il settanta percento degli abitanti), cosa che si nota anche nei due parchi cittadini, il “Renmin” (“del popolo”) e lo “Hongshan” (“del monte rosso”, una collinetta da cui si ha la migliore vista di Urumqi): pagode, laghetti e, soprattutto, i tipici passatempi comuni agli anziani – e non solo – di Pechino e Shanghai. Un registratore che diffonde musica diventa il catalizzatore per un centinaio di persone che ci ballano intorno mentre, più in là, altre cinquanta cantano in coro di fianco a un altro apparecchio. Ancora pochi passi e si può assistere alle fatiche di alcuni anziani che si “allenano” con quei buffi attrezzi gialli e blu di cui sono ormai pieni parchi e giardini dell’intera Cina: leve, rotelle, sbarre. C’è un uomo davvero anziano che, con sguardo impassibile, ciondola su una simil-altalena o si sbraccia tra due corde che è un piacere.

Al Museo della Regione Autonoma, recentemente ristrutturato, molti cartelli enfatizzano “l’armonia” con cui tutte le nazionalità dello Xinjiang hanno sempre convissuto all’interno della Cina. Alcuni rivelano una logica per noi sorprendente, come quello che spiega: “Le lotte e le divisioni al tempo delle dinastie del Nord e del Sud fecero da presupposto per l’unificazione Tang“. Ovvio, dal caos nasce l’ordine, le cose nascono dal loro contrario, è la legge del Dao. Altra presenza costante è la riaffermazione dell’indissolubilità del territorio cinese: tante nazionalità, un solo insieme territoriale e amministrativo. E si sottolinea il volontarismo con cui diverse etnie si sono messe sotto lo stesso cappello, come i tatari del Volga che nel 1700 si fecero cinquemila chilometri attraverso la steppa russa per tornare nel loro “luogo consono“. Le epoche Tang (618-907) e Qing (1644-1912) sono presentate come quelle in cui l’impero riconquista la sua integrità territoriale, Xinjiang compreso. E si arriva a oggi, con “gli sforzi economici accolti con calorosa gratitudine”, cioè il programma di sviluppo dell’ovest cinese lanciato da Pechino nel 2000. Che prevede non solo cospicui finanziamenti, ma anche l’invio di diecimila volontari l’anno – in genere neolaureati – in Xinjiang, Tibet, Qinghai, Sichuan, Yunnan per riequilibrare le disparità del boom cinese e dare uno sbocco al sovraffollamento delle regioni costiere.

Di fatto, il programma significa così anche hanizzazione del territorio. Negli anni Trenta, gli uyghuri erano il novanta percento della popolazione, ora sono meno della metà. Quanto ai benefici economici, le versioni sono controverse. Come per il Tibet, c’è chi afferma che a goderne sono gli intraprendenti e più istruiti han che calano in massa nel bacino del Tarim per aprire negozi, piccole imprese e per occupare le posizioni più prestigiose.
Nei vicoli intorno al mercato di Erdaoqiao si entra nel cuore della città uyghura. E’ un bazaar diffuso, dove le botteghe del pane si alternano ai fabbri di strada che costruiscono i forni nei quali si cuoce il pane. Nel gran vociare, incrocio lo sguardo di un ometto un po’ zoppo, zuccotto in testa e barbetta. E’ il tipico “personaggio” che tutti conoscono, tampina gli altri avventori fingendo di rubargli il portafoglio, loro lo malmenano per scherzo e tutti ridono. Lo fotografo e gli dico che se vuole posso provare a spedirgli la foto. Sì, ma dove? Su un foglio mi scrive “Maj“, il suo nome. Semplice, basta mandare qualcuno al bazaar di Erdaoqiao con la foto in mano e chiedere di lui.

Un uomo
mi ferma, è un venditore di “rimedi miracolosi” per ogni tipo di malanno: pseudo medicina tradizionale cinese e consumate capacità da mercante musulmano. Lo assecondo, il mio scopo è di fotografarlo. Mi tasta il polso con l’aria di un primario del policlinico e attacca a preparare un intruglio che ha tra i suoi ingredienti una lucertola essiccata, spezie profumate e frutta secca. Per qualche secondo lascia anche a me l’onore di darci dentro con il pestello.
In un sussulto di scrupolo mi dice di non bere tutta la poltiglia, ma di filtrarla.
Alla fine me ne vado con un rimedio “buono a tutto” ma particolarmente adatto per il vigore sessuale.

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4 Responses to “Urumqi 乌鲁木齐”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Rovine Says:

    [...] Urumqi 乌鲁木齐 [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Disordini a Urumqi Says:

    [...] Urumqi 乌鲁木齐 [...]

  3. Chen Ying » Blog Archive » Mescolare la sabbia (掺沙子) e tirare fuori il serpente (引蛇出洞) Says:

    [...] Urumqi 乌鲁木齐 [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Col vento in poppa Says:

    [...] di eolico. Nel tragitto tra Urumqi e Turpan ho visto sfilare per chilometri e chilometri, sia a destra sia a sinistra, enormi pale. [...]

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