Rovine

Kezier Qianfo Dong, Subashí Fósì yízhi, Jiāohé gǔchéng:
Lo slideshow | Le foto
Per noi sono archeologi, ma per la Cina sono ladri, “Diavoli stranieri sulla via della seta“, come titola il libro che mi ha accompagnato in Xinjiang.
A cavallo tra Otto e Novecento, le grandi potenze europee riprodussero nel “Turkestan cinese“, sotto forma di corsa alla reliquia, la competizione economica e bellica che le vedeva impegnate un po’ ovunque.
Protagonisti di questa storia furono alcuni scienziati-avventurieri che percorsero lo Xinjiang in lungo e in largo, non esitando ad affrontare privazioni e pericoli del Taklamakan per portare alla luce gli antichi centri buddhisti sulla Via della Seta. E raccolsero, catalogarono e inscatolarono migliaia di reperti per poi spedirli a dorso di cammello nei musei occidentali.
Sven Hedin, Aurel Stein, Albert von Le Coq, Paul Pelliot, questi erano i loro nomi: gente che godeva terribilmente nel contemplare una statuetta di Buddha appena dissotterrata a -30 o +50 gradi centigradi; eroi della cultura.
Per noi, ma come si diceva non per i cinesi: ogni reliquia in più al British Museum o al Museo Etnologico di Berlino è una in meno al Museo Nazionale di Pechino e le spedizioni dei “diavoli stranieri” sono vissute come l’ennesima offesa inflitta al Dragone in epoca coloniale.
I cinesi hanno fondamentalmente ragione, ma il punto resta controverso. Prima che arrivassero le spedizioni archeologiche occidentali, le grotte buddhiste di Kizil, per esempio, vivevano in uno stato di fondamentale abbandono ed erano utilizzate dai pastori come stalla per le capre. Gli iconoclasti musulmani avevano distrutto buona parte delle sculture e degli affreschi buddhisti un po’ ovunque. E in seguito, al tempo della Rivoluzione Culturale, ci pensarono le guardie rosse a completare lo scempio. Su tutto, lo scorrere del tempo, ben visibile in luoghi suggestivi come l’antico tempio di Subashí, presso Kuqa.
Oggi le antiche città, “gu cheng“, vivono un notevole revival turistico, come l’antica guarnigione di Jiāohé, presso Turpan: fa parte di quella diffusa riscopertà dell’identità promossa dal nuovo corso cinese. Le tracce buddhiste dimostrano infatti che lo Xinjiang era Cina ben prima che fosse Islam, fomentano l’orgoglio nazionale.
Tuttavia, tra distruttori, “ladri”, erosione del tempo e del clima, resta ben poco degli antichi splendori.
Bisogna vagare tra i vecchi sassi, vivere la suggestione del luogo e lasciar correre la fantasia. A patto di riuscire ad isolarsi dalle carovane di vocianti turisti.
Kezier Qianfo Dong, Subashí Fósì yízhi, Jiāohé gǔchéng:
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Cina Mondo Globalizzazione
dicembre 2nd, 2008 at 12:02 am
Ti chiederei di geolocalizzare su flickr le tue foto. Sarebbe molto bello, infatti, capire dove sono situate queste meraviglie!
ciao
marzo 8th, 2009 at 1:16 pm
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marzo 9th, 2009 at 8:01 pm
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maggio 4th, 2009 at 4:48 pm
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luglio 9th, 2009 at 11:51 am
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luglio 13th, 2009 at 4:11 pm
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maggio 4th, 2010 at 7:20 pm
è semplice, ora che hanno cominciato a valorizzare le città turistiche, restituiamogli quello che gli appartiene.
invece di discutere su chi aveva ragione allora