Disoccupazione

E’ la parola che tutti temono. La Cina non fa eccezione, anzi. La fine della crescita a doppia cifra spaventa le autorità di Pechino che contano su di essa per creare consenso. E, d’altra parte, i crolli delle grandi dinastie cinesi sono sempre stati preceduti da crisi economiche, carestie, disastri naturali, che provocavano disordini sociali.
Oggi anche in Cina si licenzia. Più spesso, letteralmente, “si manda a casa“, nel senso che la massa di lavoratori migranti che dalle campagne hanno riempito i cantieri delle metropoli, vengono rispediti al mittente. Senza copertura sanitaria e con nessuna tutela se non la rete relazionale (Guanxi) della famiglia confuciana.
I disoccupati sono insomma un fantasma che toglie il sonno. Ma quanti sono? Gli economisti provano ad azzardare le cifre per il 2009.
Premesso che per “disoccupati” si intende lavoratori dell’industria e dei servizi (“disoccupati urbani”) – l’agricoltura è vista come il settore di sussistenza che assorbe chi rimane senza lavoro – confrontiamo la previsione ottimistica di Wang Tao con quella pessimistica di Victor Shih.
Wang Tao: 15 milioni
Tra il 1997 e il 2002, circa 35 milioni di lavoratori sono rimasti senza lavoro, soprattutto impiegati nelle grandi industrie di Stato (circa 28 milioni). Era un processo di profonda ristrutturazione delle State Owned Enterprise (Soe) e dell’economia, a cui si aggiungeva la contemporanea crisi delle Tigri Asiatiche che penalizzava l’export cinese nella regione. A quell’epoca, circa 20 milioni di lavoratori migranti sono tornati nelle campagne.
Oggi non si assiste a un’analoga ritrutturazione delle Soe, la crisi è ciclica e la filiera produttiva non ne è sostanzialmente intaccata.
Inoltre, i lavoratori migranti che tornano nelle campagne sono meno organizzati dei lavoratori delle imprese pubbliche di dieci anni fa e possono essere abbastanza agevolmente assorbiti nell’economia rurale-familiare, anche grazie agli stimoli fiscali del governo, finanziariamente molto più solido di allora.
Non sono quindi probabili grandi disordini o, quanto meno, non tali da mettere in pericolo l’ordine sociale.
Victor Shih: 50 milioni
La popolazione dei migranti si aggira sui 140 milioni di lavoratori (2007), circa il 20% sarà colpito dalla disoccupazione, il che significa 28 milioni. A questi si aggiungono 4,8 milioni di laureati che, tra 2008 e 2009, non sono riusciti e non riusciranno a entrare nel mondo del lavoro. Questi saranno la fascia più bellicosa, come dimostra anche il movimento di piazza Tiananmen del 1989.
Aggiungiamo ancora 2 milioni lasciati a casa dal settore privato urbano e dalle foreign-invested enterprises (Fie) e si arriva a 35 milioni.
Ci sono poi circa 10 milioni di migranti già “tornati a casa” nel 2008.
Ragionando per eccesso, non è quindi assurdo pensare a 50 milioni di disoccupati a fine 2009.
Le autorità possono gestire questa massa con un esborso di circa 400 miliardi di yuan all’anno in sussidi, il che si può fare. Non è però consigliabile sottovalutare la bellicosità delle popolazioni rurali, la storia cinese è lì a insegnarlo: la stessa rivoluzione comunista ha avuto successo grazie alla mobilitazione dei contadini da parte del PCC.
Del resto, un’azione repressiva troppo dura provocherebbe sfiducia tra gli investitori stranieri.
C’è poi un potenziale “scatenamento sistemico“, che ha a che fare con l’imponderabile. Se a un alto livello di disoccupazione si sommasse qualche disastro naturale – si pensi al terremoto del Sichuan del 2008 -, un’epidemia o qualche fenomeno sociale o religioso che prendesse una piega violenta, si potrebbe avere un “effetto interattivo” pericoloso.
In tal caso, come cultura e storia cinesi insegnano, l’imperatore perderebbe il “Mandato del Cielo“.
Vedi anche:
- Ipotesi per l’anno del bue
- Deflazione o disinflazione? Il 2009 nella sfera di cristallo
- Crisi, arriva il piano del Dragone
- La Cina e la crisi
- Mercato yin e yang
- Qualche linea di febbre
- La fine del lavoro low-cost
- Asia, Cina e recessione
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