Al traino del Dragone

Scrutando l’orizzonte dell’economia globale, alcuni analisti scorgono un barlume di luce a Oriente. Nonostante sia anch’essa investita dalla crisi, la Cina sembra infatti rivelare alcuni segnali di ripresa.
Gli indicatori che fanno ben sperare sono 2: il ritmo sostenuto del credito e le performance della borsa di Shanghai.
A gennaio, i prestiti concessi dalle banche cinesi alle imprese sono cresciuti del 21% rispetto all’anno precedente, per un totale di 190 miliardi di euro.
Dal canto suo, la Borsa di Shanghai è cresciuta del 22% da inizio anno, in controtendenza con il bilancio in rosso di tutte altre borse mondiali. Segno di ottimismo, segno di liquidità che circola.
E infatti entrambi i fenomeni discendono dal fatto che la Cina detiene la più grande riserva monetaria in dollari del pianeta. Le autorità fanno ora circolare questo denaro per sostenere un’economia che necessita di ritmi di crescita a doppia cifra - o poco meno – per garantire occupazione alle masse che si affacciano ogni anno sul mercato del lavoro.
Nuova ricchezza di cui beneficerà anche l’Occidente? Non necessariamente.
In un articolo su Repubblica, Federico Rampini rimarca infatti che il “matrimonio” economico tra Cina e Usa si sta sciogliendo. I dollari che i cinesi hanno accumulato grazie allo scambio diseguale si stanno svalutando per colpa della crisi che proviene dall’America, creando un diffuso sentimento di rancore oltre Muraglia: ma come? Abbiamo assecondato il vostro modello economico, abbiamo sostenuto il vostro vizio di indebitarvi e ora ci troviamo con carta straccia in mano?
Così, il Dragone fa da sé. Lungi dal finanziare il Fondo Monetario Internazionale - come vorrebbe l’Occidente – o acquistare azioni made in Usa al posto dei buoni del Tesoro di medesima provenienza – come vorrebbero certi economisti americani – comincia a riflettere su come differenziare i propri investimenti.
E punta sulle materie prime, che attualmente si comprano a poco prezzo e che possono sostenere l’economia reale.
Un recente accordo con la Russia prevede per esempio 300mila barili al giorno di greggio (il 4% del fabbisogno energetico cinese) per i prossimi vent’anni, con tanto di prolungamento dell’oleodotto siberiano fino ai confini del Dragone. Costo: 25 miliardi di dollari. Secondo tale accordo, Sinopec e PetroChina avranno accesso al petrolio russo per circa 20 dollari al barile, un prezzo inferiore anche alle attuali valutazioni, già bassissime.
Da questo mercato, è tagliato fuori chi non ha nulla da offrire in termini di commodities.
Sarà forse la rivincita dell’economia reale su quella finanziaria, sicuramente potrebbe ridefinire gli equilibri globali a beneficio di Asia, Africa, America Latina e a scapito di Europa e Stati Uniti.
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