Go global

Nel 2008, le aziende cinesi hanno fatto shopping all’estero per 46,2 miliardi di dollari, 17 miliardi in più rispetto al 2007. Il “Go global” cinese non si ferma, portato avanti soprattutto dai colossi statali che non devono fare troppi conti con il bilancio e dispongono di enormi riserve valutarie, messe gentilmente a disposizione dal Governo (2mila miliardi di dollari in cassaforte).
L’articolo di Sara Cristaldi e l’intervista di Luca Vinciguerra a Wang Wei – capo della China M&A Association – sul Sole 24 Ore offrono nuovi dati e delucidazioni su un punto: per uscire dalla crisi, la Cina è a caccia di alternative al legame a doppio filo con gli Usa.
Qual è la risorsa fondamentale in mani cinesi? La liquidità. Come impiegarla? Diversificando i propri investimenti. Acquisto di asset strategici all’estero, fusioni e acquisizioni all’interno, petrolio russo, miniere australiane, materie prime da tutti i Paesi dell’Africa. Questa sembra essere la strategia, non nuova ma riproposta su ampia scala dalla crisi dell’economia dei “galeotti incatenati“.
All’acquisto di materie prime sono destinati i maggiori investimenti, mentre chimica, alimentari, trasporti e infrastrutture, beni di consumo e salute, sono i settori maggiormante interessati da fusioni e acquisizioni.
E’ interessante il punto di vista di Wang, che spiega l’acquisto di due miniere australiane per 20 miliardi di dollari con una sorta di divisione del lavoro a livello internazionale: “Grazie alla globalizzazione, la Cina è diventata il principale polo manifatturiero del pianeta. In quanto tale, ha bisogno di una quantità crescente di materie prime per produrre ciò che viene richiesto dalla domanda mondiale. Quindi, il fatto che la Cina acquisti due società minerarie australiane rientra in un’efficiente allocazione delle risorse a livello globale”.
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Cina Mondo Globalizzazione
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