Va’ dove ti porta il business

Sessantatreesima nella classifica di Forbes sui migliori Paesi in cui fare business, cioè esattamente a metà classifica (le economie esaminate sono in tutto 127).
C’è da dire che l’anno scorso era 79esima, sembrerebbe quindi che quest’anno, nonostante la crisi, si più raccomandabile puntare sulla Cina.
La Danimarca è comunque prima per il secondo anno consecutivo, mentre Usa, Canada, Singapore e Nuova Zelanda guadagnano tutti alcune posizioni per piazzarsi nella sua scia.

Per inciso, alcuni dei Paesi al top guadagnano posizioni proprio grazie alla loro integrazione con il mercato della Cina continentale: è questo il caso di Nuova Zelanda, Australia e Hong Kong tra le prime dieci.

I criteri utilizzati per stilare la classifica comprendono tutto ciò che qualifica come dinamica, ricca di opportunità per gli imprenditori, una data economia: presenza di libertà individuali e di leggi che tutelino gli azionisti di minoranza, trasparenza nella gestione degli affari, performance dei mercati azionari, norme che tutelino la proprietà intellettuale, tassazione limitata sui redditi e sugli investimenti, basso tasso di inflazione, burocrazia snella.

Lo speciale di Forbes è accompagnato da un articolo di James McGregor che si dilunga sugli enormi problemi del Dragone, salvo poi concludere che la loro risoluzione potrebbe dare al duo Hu Jintao-Wen Jiabao l’occasione per far spiccare alla Cina il grande salto verso l’alto.

Secondo il magazine vicino all’establishment del business Usa, il punto di forza del Dragone è la cosiddetta “investor protection“: cioè tutti quei servizi legali e di consulenza che permettono a un dato investitore di proteggere il proprio investimento.
Fanno passi avanti anche l’innovazione e la tutela dei diritti di proprietà, mentre appaiono in calo le libertà personali e acuito il peso fiscale.

Tra le sfide con cui la Cina è chiamata a misurarsi, Forbes indica: sostenere una crescita adeguata alla creazione di lavoro per le decine di milioni di migranti e di licenziati dalle industrie di Stato; ridurre la corruzione e altri crimini economici; contenere il degrado ambientale e le tensioni sociali connesse alla rapida trasformazione dell’economia.

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