Instabilità

E’ intuitivo: la crisi economica reca con sé instabilità politica. All’Economist hanno provato addirittura a misurarla, con il rapporto speciale “Manning the Barricades” (ergere le barricate), che si conclude indicando quali sono i Paesi più a rischio di sommovimenti sociali.
Per arrivare a queste conclusioni, è stato creato un indice di instabilità politica che considera la vulnerabilità di un dato Paese agli sconvolgimenti politici e sociali. La scala dei valori va da 0 (nessuna vulnerabilità) a 10 (massima vulnerabilità).
Su 165 Paesi analizzati, ben 27 sono considerati ad altissimo rischio. L’Africa è il continente con maggiori difficoltà: guida il gruppo lo Zimbabwe (8,8 di punteggio), seguito da Ciad (8,5) e Repubblica Democratica del Congo (8,2), poi la Cambogia (primo Paese asiatico) a pari merito con il Sudan (8), e l’Iraq (7,9).
Dopo compaiono sei Stati a pari merito (7,8): Costa d’Avorio, Haiti, Pakistan, Zambia, Afghanistan e Repubblica Centrafricana.
L’Ucraina è il Paese europeo più a rischio (16esima, 7,6 di punteggio), poi la Moldova e la Bosnia Erzegovina (19sima, 7,5).
La Norvegia è invece lo Stato più stabile del mondo, con 1,2 di punteggio. Danimarca, Canada, Svezia e Finlandia sono altri luoghi dove appare inutile tenere un Kalashnikov sotto il cuscino.

La Cina è 124esima, con 4,8 di punteggio. A titolo di esempio, è considerata più stabile di Russia (65esima 6,5), Spagna (103esima, 5,5) e perfino di Usa e Francia - appaiati al 109esimo posto (5,3) – nonché dell’Italia (120esima, 5). Meglio del Dragone sono invece Regno Unito (132esimo, 4,6), Germania e Giappone (150esimi, 3,8).
Sembra quindi che la stabilità di un Paese non dipenda dalla sua forma di governo e infatti nel rapporto si specifica che Cina e Iran non sono inseriti tra quelli più a rischio di disordini sociali.
Un intero paragrafo è dedicato al caso cinese: “China’s legacy of protest“. Vi si dice che le autorità comuniste hanno sostituito il benessere all’ideologia come collante politico-sociale. La crisi economica potrebbe quindi provocare un calo del consenso e un’ondata di disordini, in un processo del tutto analogo a quelli che più volte hanno contraddistinto la storia del Celeste Impero.
I movimenti sociali, in Cina, sono stati spesso protagonisti. Talvolta hanno provocato la caduta della dinastia dominante. Con l’avvento dei comunisti, nel ‘49, la loro energia è stata spesso incanalata dal potere (come durante il Grande balzo in avanti e la Rivoluzione Culturale), oppure repressa (movimento di piazza Tiananmen).
Ultimamente le autorità hanno vestito i panni di “governo del popolo“, cercando la propria legittimazione nel consenso. L’Economist ritiene impensabile che il sistema crolli per le attuali, diffuse, molecolari, proteste. Non si può tuttavia sottovalutare la forza d’urto di 1 miliardo e 300 milioni di cinesi.
Oggi in Cina ci sono 20 milioni di migranti disoccupati e gli “incidenti di massa” sono stati 60mila nel 2006 e 80mila nel 2007. Tuttavia i disordini sono localizzati, la capacità organizzativa dei protestatari è dubbia e il governo è già riuscito a controllare i disordini di fine anni Novanta, quando i senza lavoro erano 35 milioni e la liquidità disponibile di molto inferiore a oggi.
I disoccupati potrebbero toccare la cifra record di 50 milioni ma si ritiene che le autorità siano in grado di arginare il malcontento con misure sociali stimabili in 60 miliardi di dollari. L’unica incertezza riguarda la diversa composizione dei nuovi scontenti rispetto a quelli di dieci-quindici anni fa: ieri erano lavoratori anziani espulsi dalle aziende di Stato, oggi sono giovani, tra cui molti studenti, con energie e capacità organizzative senz’altro superiori.
In definitiva, secondo l’analisi dell’Economist, i disordini interni non dovrebbero costituire un rischio eccessivo per la Cina; è piuttosto la sua crescita come superpotenza che può creare instabilità a livello globale:
“Potenze emergenti come Cina e India potrebbero sfruttare l’occasione costituita dalla debolezza economica Usa per estendere la propria influenza. La Cina, soprattutto, si è già affermata come player di prima grandezza sia in America Latina sia in Africa, e sta investendo fortemente nell’industria estrattiva di tutto il globo, per rifornire la propria economia industriale di petrolio e altre risorse naturali, attraverso accordi con Russia, Venezuela e Brasile“.
Vedi anche:
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Cina Mondo Globalizzazione
marzo 23rd, 2009 at 1:43 am
come tutte le pubblicazioni dell’Economist, è inficiata dall’ideologia proliberista e promultinazionali del periodico. Basti dire che nel rapporto il Madagascar è al 122° posto (cioè più sicuro dell’Italia). Abbiamo visto nei giorni scorsi quanto era sicuro. Il fatto è che all’Economist sicurezza significa “sicurezza del big business” e un paese svenduto alla Daewoo è il paradiso in terra per lorsignori…
marzo 23rd, 2009 at 6:11 pm
Di fatto, l’indice di instabilità politica tiene conto di diversi fattori.
E’ una media di due altri sotto-indici – quelli di vulnerabilità strutturale e di difficoltà economica – che si basano a loro volta su 15 indicatori, che comprendono voci come diseguaglianza, corruzione, frammentazione etnica, tipo di regime, etc.
Qui c’è la spiegazione in dettaglio:
http://viewswire.eiu.com/index.asp?layout=VWArticleVW3&article_id=874361472
Sono abbastanza d’accordo che questi studi lasciano un po’ il tempo che trovano, però non sottovaluterei il ruolo che riviste autorevoli come l’Economist svolgono nell’orientare le politiche e gli investimenti
aprile 2nd, 2009 at 1:47 pm
[...] Instabilità [...]
aprile 8th, 2009 at 5:25 pm
[...] Instabilità [...]
aprile 20th, 2009 at 9:25 pm
[...] Instabilità [...]
settembre 9th, 2009 at 6:18 pm
[...] La liquidità non manca, il problema è fare arrivare le risorse a chi ne ha bisogno. Per il governo cinese, sono in gioco credibilità e stabilità interna. [...]