Soft power

Nell’ultima edizione dell’annuale rapporto “Military Power of the People’s Republic of China“, gli Usa agitano lo spettro cinese ma senza troppa convinzione. Tra le righe si ammette infatti che per la propria “sicurezza” – quale sia il significato di questa parola per il Dipartimento della Difesa – la Cina di oggi rappresenta una minaccia del tutto trascurabile rispetto all’Unione Sovietica della Guerra Fredda.
Secondo l’International Peace Research Institute di Stoccolma, il budget militare cinese per il 2007 è stato circa un decimo di quello americano: 58,2 miliardi di dollari (2,1% del Pil) contro 578 (4% del Pil, guerre escluse dal conteggio). Anche il rapporto Usa riconosce che nel 2008 il budget di Pechino è cresciuto al massimo fino a 60,1 miliardi (il Pentagono invece parla di 150).
La Cina è una minaccia militare? La sua crescita anche politica sul teatro globale è l’anticamera di una nuova corsa agli armamenti?
Quelli che dovrebbero essere più allarmati, i Paesi dell’Asia orientale e sud-orientale, non sembrano temere il Dragone.
In una conferenza in Texas del 2006, Chan Heng Cee, ambasciatrice all’Onu di Singapore (uno dei migliori alleati asiatici degli Usa) parlò della Cina contemporanea rifacendosi all’epoca Ming:
“Le relazioni della Cina dinastica con il Sudest asiatico erano in gran parte basate sul ‘soft power‘… Il potere economico e la superiorità culturale della Cina attiravano questi Paesi nella sua orbita ed erano la calamita che li spingeva a coltivare le relazioni”. E così concluse: “Voglio lasciarvi con un messaggio: oggi, nel Sudest asiatico, c’è molto ottimismo“.
“Soft power” dunque, cioè la capacità di attrarre gli altri Paesi e perseguire i propri scopi senza metodi coercitivi.
Cosa significa nella sua riedizione cinese del nuovo millennio?
Per comprenderlo, dobbiamo dimenticare il balance of power europeo e il sistema westfaliano di Stati-nazione che si temono ed equilibrano. Bisogna invece riflettere su interesse e identità in estremo Oriente.
Interesse
Storicamente una Cina stabile e ricca ha sempre determinato la stabilità e ricchezza di tutti.
In epoca dinastica, i Paesi che circondano il Celeste Impero gli riconoscevano un’egemonia regionale che si traduceva nel sistema dei tributi. In questo contesto, quando il centro era fiorente, le periferie si arricchivano sia attraverso i commerci sia con il meccanismo alternativo di scambi costituito dai tributi stessi.
Identità
Oggi, per la Cina contemporanea, si traduce in due formule: sovranità e assenza di ambizioni territoriali.
Il tutto, finalizzato alla stabilità.
Sul piano dei rapporti tra Stati, la Cina è un Paese conservatore. La sua “crescita pacifica” si basa su una ricerca di stabilità a livello internazionale che renda possibile il suo sviluppo economico interno, necessario anche alla legittimazione del potere.
Ma anche tradizionalmente la Cina non è mai stata interessata a imporre all’esterno il proprio dominio militarmente: nei 7 secoli che vanno dal 1300 al 1900 il numero di guerre combattute in Estremo Oriente è stato di gran lunga inferiore a quello dei conflitti in Europa. In ogni caso, per il Dragone si trattava quasi sempre di assestare i confini di quell’unità politico-amministrativo-culturale denominata Impero, non di espandersi.
Anche Taiwan non è questione di potere ed espansione, ma di identità: è sempre stata uno stato-nazione “di fatto” che però non può dirlo ufficialmente. Anche prima del ‘49 il controllo della madrepatria è quasi sempre stato puramente formale.
E anche gli altri Paesi asiatici non sembrano assolutamente propensi a incoraggiare l’indipendentismo di Taipei, sia a livello di establishment sia nelle opinioni correnti.
Diverso è il discorso per ciò che è interno alla Cina. Lì vale il discorso della sovranità cinese, intangibile. Di nuovo, nulla di strano per gli altri Paesi asiatici, che non vedono nelle politiche di Pechino rispetto a Tibet o Xinjiang una minaccia esportabile.
Tutti i più recenti sondaggi rivelano quindi che in Asia la Cina “piace“, non fa paura. Si veda per esempio “Asian Views of China“, del novembre 2005, che metteva a confronto il Dragone e gli Usa nella percezione degli abitanti dell’Asia Orientale: la Cina aveva una reputazione migliore in 4 Paesi su 7 ed era quasi ovunque considerata il futuro polo d’attrazione economico della regione.
Il soft power, tra identità ed economia, è quindi una peculiarità cinese, ha radici antiche e sembra funzionare anche oggi.
Per chi avesse voglia e tempo di approfondire, consiglio la lettura di
David C. Kang, China Rising: Peace, Power, and Order in East Asia, Columbia University press.
Vedi anche:
- Instabilità
- Go global
- Al traino del Dragone
- Confucio e il mattone
- Quan to the people
- Terremoto in Sichuan e mandato del cielo
- Il mandato del Cielo
- Che cos’è la Cina?
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- La struttura del potere cinese
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- Unconventional China
- Pensare con la Cina
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Cina Mondo Globalizzazione
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