Germogli già appassiti?

 

La ripresa arriva, la ripresa tarda. Si sprecano le analisi, ma dal punto di vista dei giornali l’ottimismo sembra rinascere.
Una ricerca di Factiva.com ha infatti analizzato quante volte il termine “recovery green shoots” (“germogli di ripresa”) compare negli articoli economici di alcune testate anglosassoni: New York Times, Wall Street Journal, Washington Post, Times, Guardian Reuters, Observer e Daily Telegraph.

Sulla base di quella ricerca, l’Economist ha stilato un “Green Shoots Index” che illustra graficamente la crescita esponenziale delle citazioni: se a ottobre 2008 pressoché zero articoli parlavano di “germogli”, ad aprile 2009 siamo arrivati fino a settanta.
Nel freddo inverno dell’economia dominava invece la parola “recessione“. Ora, ci si chiede, chissà che il termine “green shoots” possa avere altrettanto successo.

A spegnere parzialmente gli entusiasmi (o a mozzare i virgulti) ci pensa nientepopodimeno che il Fondo Monetario Internazionale, cioè l’istituzione – ricordiamolo – che il G20 ha incaricato di prendere il mondo per la collottola e ripescarlo dal gorgo del credit crunch.
Secondo il Fmi, la crisi finanziaria globale arriverà a costare oltre 4mila miliardi di dollari nelle sole economie avanzate.
Lo afferma nell’ultimo Rapporto sulla stabilità finanziaria globale senza mezzi termini: “Il credit crunch globale è profondo e destinato a durare“. E la risalita sarà “lenta e dolorosa“.

I finanziamenti al settore privato negli Stati Uniti e in Europa “si dovrebbero contrarre a un tasso annualizzato trimestre su trimestre pari al 4%” nel 2009, ma preoccupa soprattutto la situazione dei mercati emergenti dove la bufera deve scatenarsi ancora in tutta la sua forza. I costi per la finanza dei Paesi ricchi, si diceva, ammontano a 4 trilioni. Tra Stati Uniti, Europa e Giappone le banche potrebbero vedersi costrette a svalutazioni per 2.810 miliardi di dollari (di cui 340 milioni per asset detenuti nei Paesi emergenti), le assicurazioni per 301 miliardi, le altre istituzioni finanziarie non bancarie, tra cui gli hedge funds, per 1.283 miliardi.

Lasciando il rapporto dell’Fmi e passando sul fronte cinese, alune analisi temono soprattutto una serie di fallimenti lungo la catena delle subforniture. In pratica, anche le aziende del Dragone hanno sofferto il credit crunch a fine 2008 e l’apertura del credito che le autorità hanno imposto alle banche potrebbe avvantaggiare solo le imprese di grandi dimensioni. Se i prestiti non raggiungono le piccole-medie imprese, quelle che hanno sofferto del mancato export in Occidente, queste potrebbero necessitare di merce a credito dai propri fornitori interni. Il disagio si estenderebbe così a tutta la filiera.

Secondo un’inchiesta di Coface, agenzia francese specializzata in assicurazione del credito, già circa il 90% dei fornitori cinesi offre merce a credito ai propri clienti diretti (l’anno scorso era il 70%).
La merce sta circolando sulla fiducia e non si sa bene come recuperare i soldi. C’è un chiaro problema di cattiva gestione del credito, anche perché è la prima volta che queste aziende hanno il problema di essere pagate.
Prima, il mercato tirava.

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