Dongbei (东北) on the road

Le fotolo slideshow

Al mio fianco, gente abbronzata di provincia, forse lavoratori migranti, qualcuno dorme, uno russa pesantemente, un altro si è appena svuotato il naso sulla moquette in corridoio.
Il capo scompartimento passa tra i sedili, vi si arrampica sopra e sistema le borse che secondo lui non sono disposte in maniera consona sul portabagagli. Il mio vicino di posto si sveglia, per prima cosa si lucida le scarpe poi mi offre delle fave secche. Mentre scrivo tutti sbirciano il mio taccuino, anche se non capiscono.

L’amico del mio vicino di posto spara musica dal suo cellulare-lettore mp3, un altro si lamenta con il controllore perché non c’è aria condizionata. Tutti mi chiedono da dove vengo, dove vado, perché non sono sposato e quanto guadagno al mese. Una ragazza mi dà il suo numero di telefono.

Poi mi offrono la testa di un’oca del Jiangsu – piccantissima, con tanto di occhio e materia cerebrale – un cetriolo, un wurstel di maiale e pollo, confezionato, che va per la maggiore su tutti i treni, dei bastoncini piccanti che contengono, tra le altre cose, farina, glutammato, spezie, sale e pepe rosso. Mi arriva anche una birra Qingdao.
Tutti scatarrano e sputacchiano, così il Qi torna a circolare.
E’ un vero scompartimento cinese, mi sento a mio agio.

Dongbei on the road, viaggi in treno o pullman di 5, 7, 10, 21 ore a tappa.
E’ l’ex Manciuria, una delle terre più guerreggiate del pianeta, poi “rust belt” industriale della Cina di Mao. Se l’Impero di Mezzo ha la forma di una gallina, il Dongbei è la sua testa e, vedi sopra, la testa di pollo (o di oca) è una delle prelibatezze locali.
Ciminiere. Sono la dominante del paesaggio urbano e rurale. Di mattoni rossi, sbucano dietro i palazzi così come in mezzo alla campagna. Nel 1959, il Grande Timoniere lanciò il Grande Balzo in avanti, ogni famiglia, ogni comunità doveva diventare un piccolo stabilimento siderurgico. Oggi ne restano le tracce.

Haerbin, capoluogo dell’Heilongjiang, dove Russia e Cina si incontrano. In realtà la Cina sembra avere ingoiato e ruminato la Russia. C’è la chiesa ortodossa di Santa Sofia, il quartiere Daoliqu, la sinagoga vecchia e quella nuova, ma tutto porta il segno del Dragone che avanza.
Di fronte a Santa Sofia coppiette cinesi si fanno fotografare in abiti nuziali (c’è anche un gazebo di quelli che organizzano matrimoni a Milano) e ritrattisti locali vendono la faccia di Putin.
La sinagoga vecchia ospita un ostello della gioventù, una pizzeria take away, un caffè in stile indiano. La “nuova” è un museo che racconta la storia dei 20mila ebrei che a inizio secolo vivevano qui.
Quanto a Daoliqu, il vecchio quartiere russo, è oggi attraversato dalla pavimentata Zhongyang Dajie, una via commerciale dove commessi ragazzini attirano l’attenzione mettendosi sulla porta e battendo le mani a ritmo.
Alla sera, sul lungofiume, migliaia di persone assistono allo spettacolo che apre la stagione turistica. Su un palco gigantesco, si alternano ballerine vestite da hostess Air China e cori russi. Ogni performance rappresenta uno sponsor.

Poi giù a sudest, verso il confine con la Corea del Nord.
La campagna è verde e rigogliosa, sembra la pianura padana quando si approssima alle colline dell’Oltrepò: prati e dossi, qua e là intervallati da villaggi per nulla degradati.

Mudanjiang, Yanji: città sovradimensionate, brutte, con il culo nell’antichità rurale e la testa nell’ipermodernità tutta neon, luminarie e musica ad alto volume per attirare la gente nei negozi. E’ quella che gli expats residenti oltre Muraglia definiscono “real China experience“, così come lo splendido girovagare senza meta nei mercati di strada, a caccia di cibo: 2 focacce calde e appena sfornate per 2,5 yuan, un piacere economico oltre che alimentare.

A Chang Bai Shan, la “montagna sempre bianca” divisa a metà tra Cina e Corea del Nord, i coniugi Lee, sudcoreani, mi raccontano dell’itinerario grottesco che il loro aereo ha dovuto fare per venire da queste parti, a cinquecento chilometri in linea d’aria da casa loro: Seul, Pechino, Changchun, Yanji. Tre scali per arrivare nella prefettura autonoma del Jilin, zona bilingue, biculturale, dove ogni cartello e insegna è sia in cinese sia in coreano e si mangia cibo “fusion”. Ci ridono su, ironia da Guerra Fredda fuori tempo massimo.

Ultima tappa, Dàlian, la San Francisco della Cina o, se si preferisce, una Genova da 2.700.000 abitanti.
Anche qui segni di presenza russa e giapponese, costruzioni di inizio secolo, anche residenziali, che rimandano a un pezzo d’Europa. Mare, spiagge, un urbanistica rispettosa della qualità della vita, un grande “parco del lavoro“.
Non c’è da stupirsi che molti occidentali e quei fighetti della Lonely Planet la considerino la città più “vivibile” della Cina.

Le fotolo slideshow

Vedi anche: Sul confine

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4 Responses to “Dongbei (东北) on the road”

  1. Stefano Labate Says:

    Molto divertente il post, molto belle le foto!
    Complimenti come sempre.

  2. Chen Ying » Blog Archive » Rapporti gasati Says:

    [...] che dovrebbero andare oltre Muraglia via gasdotto: dalla Siberia e dall’isola di Sakhalin, al Dongbei (nordest) [...]

  3. Chen Ying » Blog Archive » Leggi da cani Says:

    [...] occidentali, ndr] e così anche altre aree, allora è illegale consumare in queste zone. Ma nel Nordest ci sono molti cinesi di etnia coreana per cui mangiare carne di cane è un costume popolare. Quindi [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Radio reportage: Dongbei on the road Says:

    [...] Dongbei (东北) on the road [...]

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