Lati oscuri

Quindici giorni dopo i disordini di Urumqi, molti lati della vicenda rimangono oscuri.
Nuova Cina (Xinhua) pubblica una ricostruzione dei fatti tesa a ribadire, con l’ausilio di ulteriori “prove”, che la manifestazione del 5 luglio e gli incidenti che ne sono scaturiti non sono stati un fenomeno spontaneo – questa è la versione delle organizzazioni uyghure all’estero – bensì un “un incidente pianificato e violento, di natura terrorista“.
Le tesi delle autorità cinesi sono le seguenti.
C’è stata una tattica diversiva. Chi ha fomentato la rivolta, ha creato grandi assembramenti alla luce del sole (nella “Piazza del Popolo”), finalizzati ad attirare l’attenzione della gente e della polizia, per poi attuare pestaggi, distruzioni, furti e incendi in altri luoghi (la zona del mercato di Erdaoqiao, più a sud).
Secondo fonti della pubblica sicurezza, le violenze sono esplose contemporaneamente “in più di 50 luoghi della città, con assalti a passanti, veicoli, negozi, edifici residenziali, stazioni della polizia e uffici governativi”.
Come è possibile che non fossero coordinati?
Sempre secondo la sicurezza, la maggior parte dei rivoltosi veniva da fuori Urumqi (lo proverebbero dei documenti di viaggio trovati addosso a un arrestato), inoltre c’erano dei “capi” che indossavano vestiti uguali.
Le armi impiegate sono state soprattutto pietre, mattoni, bastoni e spranghe di ferro, nonché alcuni coltelli e armi da fuoco. “Alcuni commercianti della città hanno dichiarato ai giornalisti che i coltelli sono andati a ruba a partire da 2-3 giorni prima dei disordini”.
Gli assalti hanno rivelato una professionalità “crudele”: i morti è i feriti erano stati colpiti soprattutto alla testa con pietre e spranghe.
D’altra parte, si è assistito all’assalto e al dirottamento di molti trasporti pubblici, e gli aggressori dimostravano di conoscerli: sapevano guidarli e conoscevano l’ubicazione dei serbatoi, a cui davano fuoco. I bus sarebbero stati utilizzati come mezzi di sfondamento contro alcuni edifici.
Le sedi del comitato regionale del Pcc, del dipartimento di pubblica sicurezza, dei vigili del fuoco e dei principali media sarebbero state tutte assaltate, in una sorta di strategia coordinata.
Alcune di queste “prove” sarebbero facilmente confutabili.
Per esempio, chiunque sia stato nello Xinjiang sa benissimo che i coltelli sono uno degli articoli turistici più gettonati da quelle parti: che dati può esibire Xinhua sul fatto che siano andati “a ruba” proprio nei giorni precedenti ai disordini?
Quanto ai serbatori degli autobus, è proprio necessario essere rivoltosi semiprofessionisti per sapere che si trovano nella parte posteriore del veicolo?
Tuttavia, è probabile che nella versione ufficiale ci sia del vero. Gli incidenti del 5 luglio potrebbero essere stati provocati volutamente da chi ha interesse a spezzare il fragilissimo legame sociale tra Xinjiangren.
Chi sono gli Xinjiangren? Han, uyghuri e appartenenti a minoranze varie che vivono in Xinjiang, lo concepiscono all’interno dell’unità politico-amministrativa cinese e cercano faticosamente di giungere a una convivenza pacifica.
Gli elementi a disposizione sono ancora pochi, non si hanno informazioni di prima mano dallo Xinjiang, tutti se ne stanno con la bocca cucita. Ho provato a contattare amici e conoscenti con vari mezzi, ma comprensibilmente nessuno parla, a prescindere dal funzionamento delle reti.
Tuttavia, il linciaggio dei lavoratori uyghuri nel Guangdong è avvenuto tra il 25 e il 26 giugno. I video sono comparsi in rete a partire dal 29. Non è quindi pensabile che la manifestazione del 5 luglio sia “spontanea” (versione uyghura).
Su Times, Jon Swain scrive il 12 luglio che alcuni “Segni sulle portiere dei taxi” erano comparsi parecchi giorni prima che scoppiassero gli incidenti, dimostrazione che “la rivolta della minoranza Uyghura non è stata del tutto spontanea”.
Non c’è nulla di male in una manifestazione organizzata per protestare contro un’ingiustizia subita, ma allora perché la versione delle organizzazioni uyghure all’estero ha insistito sulla sua “spontaneità“?
Passiamo alle violenze.
Il 7 luglio, sempre su Times, Jane Macartney parla di “dozzine di morti, soprattutto han accoltellati negli assalti di gang di uyghuri”. E’ quello che più o meno hanno riportato tutti gli osservatori: la maggior parte delle vittime erano han.
Francesco Sisci – inviato di La Stampa ed esperto di cose cinesi – con cui ho parlato in prima persona, ritiene attendibile che la maggior parte delle vittime riportasse ferite da taglio, da corpo contundente o bruciature. Ne ha avuta conferma telefonando a un ospedale di Urumqi. Mi ha detto inoltre che nessun testimone indipendente ha udito spari. Il che deporrebbe a favore della versione ufficiale, perché polizia ed esercito di solito sparano; i rivoltosi sprangano ed accoltellano.
E’ inoltre diffusa la percezione che le autorità siano state colte di sorpresa: questo spiegherebbe l’incapacità di proteggere gli han e la reazione successiva di questi ultimi, a scoppio ritardato, con i tentativi di linciare uyghuri isolati.
Restano comunque valide le spiegazioni di fondo sul conflitto latente nello Xinjiang.
China Digital Times ha ripubblicato un post comparso in Rete qualche mese fa, che ha suscitato un grande dibattito. E’ di uno han che vive nello Xinjiang, uno di quegli xinjiangren presi in mezzo dalle recenti violenze.
Descrive la spoliazione della sua terra, dove i benefici dello sviluppo non si vedono ancora. Le materie prime prendono la via delle regioni orientali mentre resta il degrado ambientale e sociale.
La Cina ha un problema di periferia, deve riuscire a creare uno sviluppo sostenibile, rispettoso della biodiversità naturale e umana.
Lo Xinjiang, del resto, non può permettersi un conflitto retrospettivo tra nazionalità che, nel quadro della globalizzazione, condividono il medesimo destino economico.
La regione più centroasiatica della Cina è un ponte tra Oriente e Occidente che può e deve svilupparsi tra dimensione locale e internazionale. E’ difficile ma è anche un’opportunità, l’unica.
Vedi anche:
Cina Mondo Globalizzazione
luglio 22nd, 2009 at 7:09 pm
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novembre 12th, 2009 at 11:36 am
[...] crimine pianificato a tavolino: si pensi alla patente di premeditazione immediatamente assegnata ai disordini di Urumqi per renderli più gravi. In una società in cui l’”armonia” sociale conta di più [...]
dicembre 16th, 2009 at 5:03 pm
[...] gli eventi di luglio nello Xinjiang, ma forse qualcosa comparirà nel terzo fotoreportage della serie. Rimane la rappresentazione di [...]