Complotto antidollaro

Di “fine del dollaro” avevamo parlato qualche mese fa, quando il governatore della Banca Centrale cinese, Zhou Xiaochuan, propose di sostituire il biglietto verde americano come moneta di riserva con una supervaluta controllata dal Fondo Monetario Internazionale, lo Special Drawing Right (SDR, “Diritti Speciali di Prelievo”, in italiano).
Ai tempi, sembrava che fosse solo il Dragone a premere in questo senso, per altro con ottime ragioni: la crisi economica aveva reso chiaro che l’enorme riserva valutaria in dollari nei forzieri cinesi era a forte rischio svalutazione; inoltre, la stoccata al biglietto verde serviva alla Cina per contrattare una posizione migliore all’interno del Fmi.
Adesso si vocifera addirittura di “complotto” contro il dollaro portato avanti da un’alleanza trasversale di Paesi: lo fa una firma di pregio come Robert Fisk sull’Independent, ripreso poi dal Sole 24 Ore, secondo cui Paesi arabi, Cina, Russia, Francia e Giappone starebbero trattando per sostituirlo come moneta di riferimento nel commercio di petrolio.
Ecco quindi una supermoneta basata su un paniere composto da yen giapponese, yuan cinese, euro e una nuova valuta unitaria in via di istituzione tra i Paesi del Golfo.
Fantapolitica o, meglio, fantaeconomia? Per ora, nonostante le smentite dei diretti interessati, un risultato è stato ottenuto: biglietto verde in forte calo e oro ai massimi storici.
C’è da chiedersi “cui prodest”, visto che la Cina continua ad avere in cassa 740 miliardi in dollari, il Giappone 635 e Abu Dhabi, Arabia Saudita, Kuwait e Qatar, insieme, ben 2.100.
Secondo Fisk si tratta di una strategia sul medio-lungo periodo. Molti Paesi emergenti, assetati di petrolio, stanno ormai cercando di emanciparsi dal dollaro per le transazioni con il Medio Oriente: oltre alla Cina - che traina il gruppo degli “antidollaro” – anche Brasile e India hanno mostrato interesse.
Le fonti riservate dell’Independent – banchieri cinesi e arabi – parlano di uscita dal sistema dollarocentrico nel giro di 9 anni, facendo leva anche sulle debolezze attuali dell’economia Usa (e di Obama), che non può più dettare unilateralmente le regole.
La posta in gioco è l’energia. I nuovi player globali, più energivori degli Usa (perché dotati di impianti industriali meno efficienti) competono con Washington per accaparrarsi le riserve del Medio Oriente e dell’Africa e non vogliono più passare attraverso il controllo monetario della Federal Reserve per comprare petrolio e gas.
Come riporta Fisk, il 60% del petrolio cinese è importato, in gran parte dal Medio Oriente e dalla Russia. La Cina ha accordi petroliferi – nella forma di joint venture – anche con Iran, Sudan e Libia, Paesi fuori dalla sfera d’influenza di Washington.
I Paesi del Medio Oriente fanno inoltre affidamento sul Dragone per almeno il 10% delle proprie importazioni: prodotti che vanno dalle auto alle tecnologie militari, passando per cibo, vestiti e giocattoli.
La crescente autonomia dal mercato Usa vuole ora tradursi anche in termini monetari.
In questo disegno – secondo Frisk – si tornerebbe per un breve periodo al sistema aureo (Gold Standard), in attesa della nuova supervaluta. Ecco spiegato l’attuale balzo in alto del metallo giallo.
Vedi anche:
Cina Mondo Globalizzazione
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novembre 20th, 2009 at 7:08 pm
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novembre 23rd, 2009 at 6:04 pm
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