Fame
Un Paese ancora in via di sviluppo, ma anche un esempio.
Così viene presentata la Cina nel rapporto “Chi sta veramente combattendo la fame?“(Who’s Really Fighting Hunger?), stilato dall’organizzazione umanitaria ActionAid e presentato in contemporanea con il dossier della Fao sulla fame nel mondo.
Tra gli Emergenti, dice la Classifica, le politiche più virtuose sono quelle del Brasile e, seconda classificata, della Cina.
Il successo del Dragone si spiega con la riduzione del numero di affamati di 58 milioni in 10 anni attraverso un deciso supporto dello Stato per i piccoli contadini e un’equa distribuzione della terra. Cosa non scontata, la redistribuzione ha interessato anche la componente femminile della popolazione.
Oggi, meno del 9% della popolazione è afflitta dalla fame.
Sono risultati notevoli, se si considera che lo scenario globale non è roseo:
“Il primo Obiettivo del Millennio, che aveva come target di dimezzare il livello degli affamati entro il 2015, è ormai irraggiungibile - dice Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid – ogni 6 secondi un bambino muore di fame, ma questo scandalo potrebbe facilmente essere eliminato se tutti i governi intervenissero in modo determinato, ma è necessaria una veloce e decisa inversione di marcia per non vedere peggiorare ancora questi numeri.”
Giusto per fare un esempio, in India oltre 30 milioni di persone in più vanno a letto affamate, rispetto alla fine degli anni Novanta.

Anche in Cina non è tutto oro quello che luccica.
Se dare nutrimento a 1 miliardo e 300 milioni di persone in un Paese con relativamente poca terra arabile è indubbiamente un enorme successo, “l’eccessiva dipendenza da input chimici – si legge nel rapporto – sta provocando danni ambientali che potrebbero minacciare i raccolti futuri. Le recenti iniziative del governo per sperimentare e promuovere un approccio più sostenibile sono incoraggianti, ma devono essere implementate rapidamente”.
Mancano inoltre leggi che salvaguardino la popolazione in caso di emergenze. Nella speciale classifica della tutela legale, la Cina è infatti terzultima, solo Vietnam e Guinea fanno peggio.
Il rapporto cita la politica del Dibao (standard minimo di vita) come esempio di misura efficace. Prevede che a livello locale venga deciso qual è il reddito minimo sotto il quale si può parlare di povertà. Se una famiglia non raggiunge quel reddito minimo, beneficia di un aiuto governativo.
Il problema consiste ora nell’uniformare tutti i criteri utilizzati localmente e di estendere completamente il sistema alle aree rurali.
“La protezione sociale (incluse le tutele sanitarie e occupazionali, nonché la copertura pensionistica) – continua lo studio – dovrebbe essere estesa ai migranti e agli altri lavoratori occupati nell’economia informale che in Cina sta crescendo rapidamente”.
Ambiente, diritti legali e protezione sociale. Nel rapporto c’è la fotografia dei problemi che affronta la Cina contemporanea e che cambiano i termini del dibattito sulla democrazia: l’ampliamento dei diritti, oltre Muraglia, deve per forza di cose passare attraverso la soluzione di problemi molto pratici per la maggior parte della popolazione.
I Paesi in via di sviluppo presi in esame sono 30. Il Brasile, come detto, è al primo posto nella classifica, seguito da Cina e Ghana. Chiude la classifica la Repubblica Democratica del Congo.
Su 22 Paesi industrializzati, invece, Il Lussemburgo si piazza al primo posto, l’Inghilterra è ottava, la Francia nona, gli Stati Uniti ventunesimi e l’Italia quattordicesima. Fanalino di coda, la Nuova Zelanda.
Vedi anche:
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- Un litro di bistecca
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Cina Mondo Globalizzazione
ottobre 15th, 2009 at 6:27 pm
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