Flop dei crediti carbonio

In tempi di crisi, l’ambiente passa in secondo piano.
Solo 18 milioni di dollari a fronte dei 100 miliardi richiesti: è questa la cifra irrisoria di cui dispone a oggi lo United Nations Adaptation Fund, il Fondo delle Nazioni Unite, istituito per aiutare i Paesi in via di sviluppo più esposti ai rischi dei cambiamenti climatici a dar vita a strategie di adattamento.
Lo denuncia il negoziatore del Brasile per il clima, Luiz Alberto Fiqueiredo Machado.

Le risorse del fondo – operativo dal 2008 – dovrebbero scaturire da due fonti: i contributi volontari dei Paesi ricchi e una tassa del 2% sui crediti di carbonio venduti sotto l’egida dell’ONU nell’ambito del Clean Development Mechanism (CDM – Meccanismo di sviluppo pulito).
Nel primo caso, i soldi previsti non sono arrivati. Le economie sviluppate, investite dalla recessione, hanno lesinato i finanziamenti: si parla di pochi milioni erogati.

Nel secondo caso, è proprio il meccanismo di scambio che sembra non funzionare.
Il sistema – giova ricordarlo – si basa sul principio che economie più ricche e inquinanti possono acquistare “crediti carbonio in Paesi meno sviluppati e meno inquinanti, secondo il seguente schema:

  • un’azienda privata od un soggetto pubblico realizza un progetto in un Paese in via di sviluppo mirato alla limitazione delle emissioni di gas serra

  • la differenza tra le emissioni prodotte realmente dal Paese in via di sviluppo e quelle che si sarebbero prodotte senza il progetto, si traducono in crediti carbonici (CER)

  • il Paese in via di sviluppo può vendere i propri CER ai Paesi più inquinanti.

E’ una soluzione di mercato che dovrebbe conseguire diversi scopi:

  • trasferire tecnologie innovative nei Paesi in via di sviluppo

  • trasferirvi anche risorse economiche

  • consentire ai Paesi più ricchi e inquinanti un rientro più graduale negli standard ambientali stabiliti internazionalmente.

Si basa insomma sul principio secondo cui la mano invisibile del mercato può coniugare ambiente e redistribuzione della ricchezza globale.
Ebbene, alla riprova dei fatti pare proprio che non abbia funzionato.
Si parla di “strozzature” dei meccanismi di scambio, ma i dati parlano chiaro: nel 2008, il “mercato volontario” ha prodotto crediti equivalenti a 123 milioni di tonnellate di emissioni “risparmiate”, per un totale di 705 milioni di dollari.
Da più parti, si riconosce che è una cifra risibile.
Il United Nations Adaptation Fund, da solo, ha bisogno di 100 miliardi di dollari. Ne ha avuti 18 milioni.

In questo scenario, si pone anche il problema della Cina: è un Paese in via di sviluppo a cui assegnare fondi anti global warming oppure un Paese industrializzato che deve contribuire di suo?
Il recente summit di Pittsburgh ha registrato l’impegno cinese a parole, ma Xie Zhenhua il negoziatore per il clima, ha già chiarito che l’Onu non può aspettarsi un contributo finanziario del Dragone.

“Il global warming è il risultato della Co2 emessa di Paesi sviluppati durante la loro industrializzazione – ha detto – la Cina è uno di quelli che ne hanno sostenuto il peso maggiore.”

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2 Responses to “Flop dei crediti carbonio”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Accordo sul clima, quanto sarebbe costato? Says:

    [...] accordo che limiti le emissioni di Co2 da subito, da oggi, fine 2009? Posto che il meccanismo di mercato dei crediti carbonio per ora non sembra decollare, si tratta di investire nella riconversione del settore energetico [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Europa, la truffa dei crediti carbonio Says:

    [...] Si tratta di una frode che riguarda il sistema “Cap-and-trade” o, per meglio dire, il mercato delle emissioni di [...]

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