Paperone ibrido

Wang Chuanfu, presidente di BYD Auto, è l’uomo più ricco di Cina, con un patrimonio netto di 5,1 miliardi di dollari. La sua è stata una scalata record, se si pensa che l’anno scorso non era neppure tra i primi 100 (era 102esimo) nella classifica stilata dal “portale del lusso”, Hurun.
La notizia è ormai vecchia di qualche giorno, ma illustra bene il boom del settore auto oltre Muraglia. Mentre nel resto del mondo il mercato langue, in Cina, nella prima metà dell’anno, le vendite si sono impennate di un buon 30%. In settembre, i veicoli acquistati sono stati 1 milione e 330mila, di cui oltre un milione per uso privato: +78% rispetto al medesimo periodo del 2008 e, giusto per fare un paragone, circa 600mila in più di quelle vendute negli Usa nello stesso mese.
Su questi ritmi, le vendite del 2009 dovrebbero superare 12 milioni di unità.
Tutto qui? Una motorizzazione ritardata di 50 anni e accentuata dalle dimensioni della Cina? Un semplice Agnelli (o Ford) cinese e una fotocopia della storia industriale d’Occidente?
Non necessariamente. BYD (che sta per “Build Your Dreams”) è infatti un automaker noto per l’alto livello di tecnologia e innovazione e compete per una posizione di leadership nella prossima generazione di auto ecologiche.
Fondata nel 1995, la compagnia produceva inizialmente batterie per telefoni cellulari e in questo settore ha sbaragliato la concorrenza nipponica. Si è lanciata nel mondo dell’auto solo nel 2003.
Soprattutto, è la prima casa mondiale ad aver prodotto e commercializzato un’auto “plug-in hybrid”: la F3DM, in vendita già da un anno in Cina (costa circa 150mila yuan, cioè poco meno di 15mila euro).
Plug-in hybrid significa che le sue batterie di ioni di litio possono essere totalmente ricaricate da una normale presa elettrica in 7 ore circa. In alternativa, ci vogliono 10 minuti per ricaricarle al 50% in una speciale stazione. Dopo di che, la F3DM ha un centinaio di chilometri di autonomia.
Ha anche un motore a gas.
Dato che sull’ibrida plug-in BYD Auto è arrivata prima delle maggiori case internazionali, il magnate americano Warren Buffett ha annusato l’affare e acquistato quote della compagnia per il 9,9%.
Il che ha in parte contribuito a far schizzare in alto il valore delle azioni – si parla di “magic touch” di Buffett – e le ricchezze di Wang.
Ma c’è molta sostanza dietro: solo a settembre, la compagnia di Shenzhen ha venduto 44mila macchine, +88% rispetto all’anno scorso, per un totale di 300mila nei primi 9 mesi dell’anno (se ne prevedono 400mila per fine 2009). Entro dicembre, la BYD dovrebbe lanciare altri 4 modelli.
Il caso BYD ci dice insomma che il mercato automobilistico cinese non è il nostro con 50 anni di ritardo. Punta già a standard ecologici avanzati, secondo il principio per cui è inutile riproporre tecnologie in cui gli altri hanno anni luce di vantaggio: bisogna passare direttamente allo stadio evolutivo successivo.
Alcuni analisti sostengono che lo standard automobilistico in Cina sarà il motore elettrico proprio perché il Dragone non ha nessuna tradizione nel motore a scoppio.
Sembrano buone notizie per tutti, considerando l’inevitabile espansione geometrica della motorizzazione oltre Muraglia e i potenziali danni ambientali.
Dal punto di vista del look, le BYD scimmiottano invece berline e coupé Bmw, Mercedes, Toyota e così via, spesso mischiando diversi canoni nello stesso modello.
La ricetta “imitazione nel gusto, innovazione nella tecnologia” sembra comunque funzionare. E parecchio.
Vedi anche:
Cina Mondo Globalizzazione
marzo 29th, 2010 at 4:53 pm
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