Voglia di Nobel

Charles Kao è cinese. Nato a Shanghai nel 1933, ha di recente vinto il premio Nobel per la fisica, insieme al canadese William Sterling Boyle e all’americano George Elwood Smith. Il riconoscimento va alle sue ricerche sulla fibra ottica.

Un cinese, un canadese e un americano, ma tutti e tre con passaporto Usa.

Ci ricordano che quella statunitense è una società ricca e cosmopolita, capace di accogliere e valorizzare i cervelli, facendone il motore della proprio innovazione.
Come vedono, i cinesi, l’ennesimo premio Nobel nato in casa ma posto sotto insegne altrui?

E’ interessante capirlo, perché il Dragone sta facendo investimenti enormi nell’istruzione d’eccellenza e le autorità di Pechino appaiono consapevoli del fatto che il prossimo step della lunga rincorsa all’Occidente consiste nella fuoriuscita dallo status di “fabbrica del mondo” per divenire nuovo polo dell’innovazione.

Tuttavia, la Cina sconta ancora qualche ritardo. Se le sue istituzioni e aziende private possono già offrire lauti stipendi, non sembrano in grado di garantire altre componenti di quell’humus che attira i geni della scienza: libertà di pensiero, dibattito, confronto aperto.

Su Globalvoices sono raccolti commenti, estratti da diversi blog e forum, sulla vittoria di Kao.

Al di là di recriminazioni sparse (“i cinesi non vincono il Nobel perché discriminati“), ecco i più lucidi.

“Alla Cina manca ancora un ambiente accademico libero, il che rende difficile nutrire i talenti innovativi; le mancano anche centri di ricerca di alto livello, perciò è difficile che i cinesi ritornino in patria; manca anche un’atmosfera sociale che dia nutrimento alle idee d’avanguardia e una comunità adatta ad accogliere i maggiori scienziati per periodi lunghi”.
(Ting Guo, su Southern Metropolitan Weekend)

Zhan Sheng e “Qing Qing Cao Xiang“  discutono un altro aspetto, quello della “corruzione“.

“Guarda la corruzione dell’ambiente accademico in Cina. Le pubblicazioni dei cosiddetti tutor dei dottorandi sono così numerose da arrivare a decine ogni anno. Ai governi locali piace assumere consulenti stranieri perché denota stile“.

“Se non esistono un ambiente accademico e un meccanismo di riconoscimento che funzionano, nonostante la gloriosa qualifica di insegnante del popolo”, la maggior parte degli accademici uscirà dalla cerchia ed entrerà nel mercato“.

“Possiamo biasimare la Cina in trasformazione o le ondate di materialismo come cause delle irregolarità. Ma non è forse anche un fenomeno connesso alla nostra cultura e alle nostre attitudini?”

In Cina, la parola “corruzione” è in realtà usata per spiegare diversi fenomeni. Se c’è un problema politico, economico, sociale, apparentemente irresolvibile, molto spesso si fa ricorso al termine passe-partout di “corruzione” per indicare un malfunzionamento, una stortura.

Anche gli studenti di Tiananmen ‘89 manifestavano in parte contro la corruzione degli apparati di partito; d’altra parte, gli stessi vertici del partito sono da anni alle prese con la lotta alla corruzione tra le fila del PCC e nell’amministrazione in genere.
Non che la corruzione non esista, anzi. Mè ormai una spiegazione pret-à-porter per eludere i problemi di sistema. Se qualcuno è corrotto, il sistema in sé è buono, funzionerebbe senz’altro se non ci fosse la mela marcia a infettarlo.

Per quanto riguarda l’eccellenza cinese nella ricerca, le cause del mancato Nobel vanno forse ricercate più in profondità.

Su Fool’s Mountain – blog collettivo di scrittori sia cinesi sia occidentali – c’è invece un’interessante discussione sul perché i cinesi non vincono il Nobel per la letteratura.
La tesi di partenza è interessante: gli scrittori cinesi non interessano la giuria eurocentrica perché questa punta sugli “scrittori di due mondi” come la tedesco-rumena Herta Müller e l’unico Nobel cinese, Gao Xingjian, che ha vinto il premio solo facendosi “francese”. Ma per “due mondi”, si può intendere anche le contraddizioni sociali in un medesimo Paese.

Insomma, la Cina è un’isola in cui c’è poca complessità e contaminazione, tutte cose che danno fastidio all’Ufficio Centrale di Propaganda, votato piuttosto a una “infallibile uniformità, altrimenti detta armonia”.
Non solo: per scrivere ci vuole tranquillità e oggi la Cina è immersa in un “rumore” di fondo che impedisce la concentrazione: gli scrittori “vogliono essere ricchi, famosi e popolari”, come “popstar“.

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2 Responses to “Voglia di Nobel”

  1. giovanni Says:

    “Alla Cina manca ancora un ambiente accademico libero”
    e allora? Era libero l’ambiente accademico sovietico che sfornava nuovi nobel ogni anno?

  2. Chen Ying Says:

    Personalmente credo che i tempi siano cambiati. L’eccellenza scientifica nesce sempre più dalla circolazione delle idee. Un Paese che si isola fatica a produrre idee d’avanguardia anche se ha splendidi centri di ricerca

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