Pepe il cinese

Prima di segnalare un paio di commenti che fanno un bilancio conclusivo sul viaggio in Oriente di Obama, mi preme indicare un articolo di segno completamente diverso, scritto prima che il presidente Usa sbarcasse oltre Muraglia.

Si tratta di un pezzo molto “forte” di Pepe Escobar per Asia Times: “Welcome comrade Maobama”.

Esprime un punto di vista sinocentrico, critico delle politiche americane e addirittura di ciò che l’America rappresenta.
Escobar, che è brasiliano, parla come una specie di “voce della Cina millenaria” e accoglie a modo suo Obama, rileggendo le relazioni bilaterali alla luce del nuovo ruolo del Dragone, della sua storia e della sua nuova potenza.

Così, sul fatto che “il compagno Maobama” in Giappone abbia definito la Cina “un partner fondamentale” nonché “un concorrente“, si legge: “Sì, siamo molto competitivi. E’ come se ti entrasse nel DNA quando sei stato una delle maggiori potenze economiche per 18 degli ultimi 20 secoli“.

E sulle ripetute pressioni per la rivalutazione dello yuan, se Obama potesse incontrare il cinese medio si sentirebbe probabilmente chiedere: “Perché la Cina dovrebbe stare a sentire gli Usa che fanno i gradassi mentre stampano dollari come folli e pretendono che la Cina ne sostenga il valore?”

E su questioni “più controverse“:
“Stai pur sicuro che siamo in grado di occuparci sia della Corea del Nord sia dell’Iran per conto nostro, non in termini di confronto, ma di armonia. Tornando all’Afghanistan, crediamo che la migliore soluzione possa essere trovata nell’ambito della Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cui noi e la Russia siamo i cofondatori chiave. E’ un problema asiatico - in termini di traffico di droga così come di fondamentalismo religioso – che deve essere discusso e risolto tra le potenze asiatiche”.

Escobar è un analista-viaggiatore che conosce profondamente l’Asia e tiene una rubrica su Asia Times, The Roving Eye. E’ soprattutto famoso per avere scritto “Get Osama! Now! Or else…“, un articolo preveggente che risale a 2 settimane prima degli attentati dell’11 settembre 2001.

Il suo, è un pezzo utile per comprendere il profondo senso identitario della nuova Cina, l’orgoglio al cospetto della potente controparte, il senso di avere ormai raggiunto un rapporto alla pari, sì, però non dimenticando due secoli di umiliazioni che non si ripeteranno: mai più egemonia Usa, sembra dire il Dragone impersonato da Escobar.
Curioso che l’abbia scritto un non cinese. Forse, solo un non cinese può permettersi di rivelare ciò che i cinesi non dicono.

D’altra parte, durante la tappa cinese del presidente Usa, qualcosa è effettivamente avvenuto. I commenti si distinguono tra quelli che denunciano un nulla di fatto dal punto di vista pratico, a quelli che invece rimarcano i risultati simbolici dell’”obamismo d’esportazione” (ha parlato di libertà, ha parlato con gli studenti, ha infranto in parte il protocollo). C’è poi una corrente tutta americana (area repubblicana) che si indigna per l’eccessiva “genuflessione” del presidente di fronte alla controparte.
Tutti i commenti concordano comunque nel dire che la visita cinese di Obama ratifica l’esclusione dell’Europa dalla stanza dei bottoni.

Eccone due che a mio avviso meritano di essere letti:

  • Francesco Sisci (La Stampa).
    La Cina ha aperto agli Usa su Iran e Afghanistan, è un matrimonio d’interesse che riconfigura gli equilibri globali. Si è imposta una diplomazia “alla cinese”: dichiarazioni impalpabili in pubblico, accordi concreti dietro le quinte.
  • Timothy Garton Ash (Guardian).
    La Cina ha ottenuto molto, Obama no. Il presupposto affinché nasca un vero dialogo – pur nella differenza – tra Occidente e Cina, sta nel libero flusso di informazioni, affinché sistemi di valori alternativi si confrontino. Ma è proprio questo ciò che la Cina nega.

Infine, lato cinese, ecco lo speciale di Xinhua.

Vedi anche:

  • Share/Bookmark

10 Responses to “Pepe il cinese”

  1. Alessandro Says:

    Francamente trovo l’affermazione di Garton Ash esilarante..Sarebbe quindi la Cina (tanto per dire…nella mia esperienza personale ho notato che un cinese medio di città conosce immensamente meglio e molto più a fondo – e si interessa molto di più a – le questioni USA/occidentali di quanto un americano o un europeo conosca la realtà della Cina o, addirittura, se ne curi), che ha assorbito tantissimo del modo di vita ecc. degli USA a negare questo “flusso di informazioni”?…Mentre gli USA/Occidente, che continuano come un bulldozer a colonizzare culturalmente, a imporre la propria visione e i propri valori (in buona compagnia dell’occidente tutto) con una certa arroganza e un “malcelato” (anzi..ben esibito) senso di superiorità morale e materiale, che li rende quindi quasi impermeabili a qualunque realmente importante (non parlo della cucina o dei ristoranti o cose del genere) influsso proveniente dalla Cina o dall’Asia orientale in generale, sarebbero i buoni, che questo flusso lo vorrebbero tanto, ma non riescono, ahiloro, ad averlo?
    Mi sembra sinceramente un (tipico dell’etnocentrismo anglosassone e occidentale) ribaltamente della realtà dei fatti.

  2. Chen Ying Says:

    Sono abbastanza d’accordo sul tuo giudizio rispetto al vizio evangelizzatore degli anglosassoni. Sono contrario alla presunta “universalità” dei valori di cui anche Obama è uno strenuo sostenitore (però con sorriso & gentilezza, per carità). Da che pulpito, poi? La leggenda della costituzione americana creatrice di una nazione molteplice è una balla: l’America nasce dalla conquista violenta di un territorio altrui da parte di alcuni fuoriusciti europei, perlopiù invasati dal punto di vista religioso. Perché negare questo atto fondatore?
    E dunque, viva la biodiversità. Tuttavia, è pur vero che la Cina spesso fa fatica ad applicare in casa propria il principio di biodiversità che rivendica sul piano internazionale.: vedi hanizzazione delle periferie e problemi con le minoranze. Attenzione, io non dico che non ci provi, come invece sostiene molta stampa occidentale: ci sono leggi a tutela delle culture minoritarie lì a testimoniarlo. Però non evitano i conflitti (vedi Xinjiang) e la mia impressione è che l’extrema ratio di Pechino, di fronte ai conflitti, sia sempre quella di “imporre” la propria visione del mondo. Questo all’interno.
    Nelle relazioni internazionali, invece, sta di fatto che qualche tipo di comunicazione ci vuole. Le forme si definiranno. E’ la vecchia faccenda: l’Occidente cambierà la Cina o sarà la Cina a cambiare noi? Osservo semplicemente che i cinesi conoscono noi occidentali molto più di quanto noi (e figuriamoci l’americano medio) conoscano loro.

  3. Alessandro Says:

    I problemi con le minoranze esistono un po’ ovunque (ovviamente per questioni e con modalità diverse da caso a caso) esistano delle minoranze..la Cina non è, ovviamente, un’eccezione, anche se credo che per molti versi lo abbia affrontato, e continui ad affrontarlo, in modo molto migliore che altrove. A mio modo di vedere NON è un caso che i problemi maggiori (causati o pilotati poi realmente da chi o con l’aiuto di chi..questo è un’altra questione che va presa in considerazione) si verifichino nelle due aree abitate da minoranze più vaste (e per questo maggiormente “appetibili” per dare “fastidio” a Pechino) e “politicizzate” dall’occidente in funzione anti-cinese: Xizang e, più di recente, Xinjiang (considerare il quale come la “patria” degli Uighuri, come avviene da noi, ignorando tutte le altre etnie che ci vivono da secoli, inclusa la presenza millenaria degli “han”, poi è semplicemente la più completa e totale falsificazione della realtà storica e sociale dell’area). I fatti di Urumqi (molto simili per dinamica e svolgimento ad un attacco terroristico premeditato e attentamente progettato per quanto mi è stato possibile appurare) ne sono a mio avviso un esempio..corroborato dalle foto false esibite e dalle menzogne ripetute poi dalla Kadeer e da altri. Ma la stragrande maggioranza delle altre minoranze, per esperienza personale mia o di persone che conosco direttamente) vive pacificamente e gode di svariate politiche di favore….a volte senza nemmeno parlare una parola di mandarino, completamente immerse nel loro proprio universo culturare. Ciò che non si può dire di tantissimi altri paesi cosiddetti “democratici”.
    La Cina, purtroppo, agli occhi degli USA e dell’Occidente sconta e deve necessariamente scontare il peccato originale di essere nominalmente “comunista”, per cui qualunque cosa vi avvenga, qualunque problema esista, anche i più normali e diffusi nel resto del mondo, devono per forza essere letti e presentati (o meglio distorti, o spesso inventati) come un’oscura e crudele manovra liberticida del famigerato “regime” (per parafrasare Bones McCoy da Star Trek: “ma perché qualunque organizzazione statuale che non capiamo o non approviamo deve essere chiamata “regime”?”) e come esclusivamente peculiari e causati da esso.

    Apprezzo molto il tuo blog e le mie considerazioni sono prettamente di carattere generale e assolutamente NON riferite a te e a quanto scrivi.

  4. Alessandro Says:

    “Da che pulpito, poi? La leggenda della costituzione americana creatrice di una nazione molteplice è una balla: l’America nasce dalla conquista violenta di un territorio altrui da parte di alcuni fuoriusciti europei, perlopiù invasati dal punto di vista religioso. Perché negare questo atto fondatore?”

    Non potrei essere più d’accordo

  5. Chen Ying Says:

    Ti ringrazio per gli apprezzamenti al blog e già all’epoca scrissi che la versione dei fatti di Urumqi diffusa da Pechino era molto più credibile della versione delle organizzazioni pro “Turkestan Orientale”.
    http://www.chen-ying.net/blog/?p=526
    Per altro, in quei giorni mi ero attivato per parlare con qualche testimone oculare degli eventi ed ero entrato in contatto con fuoriusciti uyghuri che, dopo un iniziale disponibilità, fecero marcia indietro quando gli dissi che non ero interessato alla loro versione prestampata: volevo il racconto di chi c’era.
    Detto questo, io credo che se c’è qualcuno all’estero che spinge verso la destabilizzazione in quelle grandi province di frontiera (Xizang [Tibet] e Xinjiang), anche nei palazzi di Pechino ci sono correnti interessate all’escalation che porterebbe a un’inevitabile hanizzazione.
    Xinjiang e Xizang sono Cina. Ma il problema, a mio modestissimo parere, è proprio quello di garantire la biodiversità all’interno della Cina promuovendo allo stesso tempo l’eguaglianza dei diritti.
    E si tratta di garantire una “eguaglianza dei diseguali”, nel senso che a partire dalle diversità, bisogna mettere tutti nelle migliori condizioni per vivere ed evolvere.
    Le autorità hanno fatto leggi che garantiscono quote agli uyghuri nella pubblica amministrazione e che preservano i loro diritti religiosi (tipo quello di assentarsi dal lavoro per pregare), questo però scatena il risentimento han (e forme di razzismo: gli uyghuri lazzaroni, ladri, etc etc).
    Mi pare un chiaro esempio di ottimo tentativo d’integrazione che si traduce però nel suo contrario.
    D’altra parte, se escono dallo Xinjiang per “farsi Cina”, i giovani uyghuri trovano spesso ad accoglierli un razzismo strisciante che li spinge esattamente in direzione dei peggiori stereotipi di cui sopra.
    Insomma, è un po’ un gatto che si morde la coda.
    Di fronte all’apparente insolubilità del problema, mi pare che la Cina troppo spesso agisca secondo un doppio binario: potenti iniezioni di “benessere”, come se la crescita del Pil fosse un passe-partout universale, e graduale hanizzazione delle periferie (sia promossa sia lasciando semplicemente che nuovi migranti si spostino a ovest in cerca di fortuna).
    Ma questo produce le orride città tutte uguali e, soprattutto, nuovi risentimenti e discriminazioni.
    E qui allora ha ragione il Dalai Lama quando parla di “genocidio culturale”, anche se a mio avviso lui è per molti versi un’icona hollywoodiana che fa un gioco piuttosto sporco quando parla di “autonomia” del Tibet (non si capisce dove voglia davvero andare a parare).
    In definitiva, gli altri hanno fatto peggio (la Cina per lo meno non fonda la sua stessa esistenza sul genocidio di un intero popolo) ma anche Pechino rischia di creare “riserve indiane” dove un quadretto per turisti sostituisce la ricchezza della biodiversità

  6. Alessandro Says:

    “Detto questo, io credo che se c’è qualcuno all’estero che spinge verso la destabilizzazione in quelle grandi province di frontiera (Xizang [Tibet] e Xinjiang), anche nei palazzi di Pechino ci sono correnti interessate all’escalation che porterebbe a un’inevitabile hanizzazione.”

    D’accordissimo con te

    “Le autorità hanno fatto leggi che garantiscono quote agli uyghuri nella pubblica amministrazione e che preservano i loro diritti religiosi (tipo quello di assentarsi dal lavoro per pregare), questo però scatena il risentimento han (e forme di razzismo: gli uyghuri lazzaroni, ladri, etc etc).”

    Questo è verissimo, e accade purtroppo spesso che politiche di “favore” verso alcuni gruppi portino poi al risentimento degli altri (specialmente se, come nel caso degli Uighuri, questo favore si traduce anche in una politica ufficiale di maggiore lenienza nelle condanne criminali e minore perseguimento dei reati commessi dagli appartenenti a quella minoranza…A mio avviso questo tipo di politiche porta inevitabilmente risentimento da parte degli altri gruppi, e ovviamente dà anche un senso di maggiore impunità alle “mele marce” che immancabilmente esistono in ogni gruppo etnico e si sentono in questo modo maggiormente autorizzate a delinquere, più sicuri di farla cmq franca…a detrimento dell’immagine generale dell’intero gruppo etnico a cui appartengono)…La migliore politica sarebbe senz’altro quella di trattara allo stesso modo tutti i cittadini, ma anche questa è molto difficilmente applicabile in un paese multietnico di queste dimensioni e complessità.

    “D’altra parte, se escono dallo Xinjiang per “farsi Cina”, i giovani uyghuri trovano spesso ad accoglierli un razzismo strisciante che li spinge esattamente in direzione dei peggiori stereotipi di cui sopra.”

    D’accordo anche su questo punto (anche se, in alcuni casi, il razzismo strisciante ha anche delle motivazioni reali…e qui si ritorna al discorso di prima della lenienza e del minor perseguimento dei reati. Personalmente, per fortuna, nn mi è mai successo, ma ho sentito alcune volte racconti di amici non cinesi che son stati testimoni di comportamenti nn proprio amabili da parte di uighuri..questo per dire che il razzismo non è mai accettabile, ma qualche volta qualche minimo fondo di verità c’è)..e questo, purtroppo, fa parte di quei problemi che attanagliano la maggior parte dei paesi con forti minoranze, ed è un fattore eminentemente sociale (non politico o di oppressione ufficiale), figlio dell’ignoranza e, in definitiva, della cattiveria e stupidità di molta gente (e i fenomeni sociali richiedono tempi lunghissimi per essere influenzati e governati).

    “E qui allora ha ragione il Dalai Lama quando parla di “genocidio culturale”, anche se a mio avviso lui è per molti versi un’icona hollywoodiana che fa un gioco piuttosto sporco quando parla di “autonomia” del Tibet (non si capisce dove voglia davvero andare a parare).
    In definitiva, gli altri hanno fatto peggio (la Cina per lo meno non fonda la sua stessa esistenza sul genocidio di un intero popolo) ma anche Pechino rischia di creare “riserve indiane” dove un quadretto per turisti sostituisce la ricchezza della biodiversità”

    Su questo punto nn sono d’accordissimo (specialmente sull’”attendibilità” delle parole del Dalai..per tutta la sua storia, i suoi comportamenti, le sue menzogne prezzolate, gli atti e le politiche che lui e il suo “governo in esilio” di nobili portano avanti…Quando parla di autonomia del Tibet, a mio avviso, è abbastanza chiaro dove voglia andare a parare, basta vedere alcuni dei piani che ha presentato: una pulizia etnica in un’area vastissima – più vasta del tibet storico – con “deportazione” non solo degli han ma di tante altre etnie che vivono in quelle aree da secoli. Un’operazione di semi-indipendenza, che, a mio avviso, preluderebbe ad una reale indipendenza futura. Altro nodo fondamentale della questione, che non viene MAI preso in esame dai media nostrani, è: ma il Dalai -e il suo gruppo di potere – parla/può parlare per coloro che nel XIzang ci vivono, o solo per il suo autonominato governo e per coloro che vivono in “esilio”? A mio modo di vedere è vera la seconda possibilità)…nel senso che il pericolo di creare riserve (sia per precisa volontà politico/economica, sia come conseguenza involontaria di scelte o eventi. Tra parentesi, quando ho parlato di esperienze di amici, non parlavo di “percorsi turistici”, ma di persone che viaggiavano in modo autonomo per l’entroterra della Cina più rurale e che hanno incontrato comunità appartenenti a diverse etnie che viveno tranquillamente secondo i propri costumi in paesetti sconosciuti, al di fuori di qualsiasi circuito turistico.) è reale, ma che è anche parte di un processo estremamente complesso e dagli esiti incerti. Alcune culture di minoranza, storicamente e in diverse parti del mondo – Europa compresa -, si sono “naturalmente” diluite nelle culture di maggioranza con il passare dei decenni o dei secoli, per tutta una serie di fattori politici, economici, e di semplice numero..questo credo sia un “normale” processo socioculturale che è sempre avvenuto nella storia dell’umanità. Persone che protestano o combattono per preservare una determinata cultura di minoranza ne esistono moltissimi paesi, ma si tratta di un fenomeno umano “fisiologico” difficilmente contrastabile…Il fenomeno è complessissimo ed è difficilissimo affrontarlo in un post (non essendo io nemmeno uno specialista della materia), ma il rischio è anche quello che per “proteggere” una data cultura si rischi di “cristallizzarla artificialmente” in un determinato stadio “evolutivo” a forza di leggi/divieti/misure volti a “preservarla”, eliminando/fermando/violentando il normale processo di evoluzione/assimilazione/amalgama di diversi gruppi sociali in uno nuovo, più unitario ma anche più complesso e dalle diverse anime dovute alle diverse componenti che esistevano prima, e che ha creato i gruppi etnici, le nazioni e i popoli che noi oggi conosciamo (l’Italia anche ne è un chiaro esempio). I costumi cambiano, le tradizioni possono essere abbandonate, altre ne possono nasce o venire adottate, sia perché giudicate “migliori”, sia perché semplicemente “socialmente maggiormente di successo”, tutto questo fa parte dell’evoluzione umana.
    Non dimentichiamoci che negli ultimi 60 anni la percentuale delle minoranze nella popolazione totale della Cina è cresciuta da circa il 5% a circa il 10%, in un contesto di aumento abbastanza vertiginoso della popolazione complessiva del paese..ciò significa che cmq le minoranze son cresciute, in percentuale, numericamente molto di più che la maggioranza “han” (anch’essa lungi dall’essere etnicamente unitaria e monolitica).

  7. Chen Ying » Blog Archive » Guadagnare licenziando Says:

    [...] « Pepe il cinese [...]

  8. Chen Ying » Blog Archive » Dalla parte dello yuan debole Says:

    [...] Obama è andato in Cina auspicando una rivalutazione dello yuan: niente da fare. Come abbiamo visto, Robert Reich ne parla come di una vera e propria “politica sociale” da parte del governo cinese. [...]

  9. Chen Ying » Blog Archive » La posizione della Cina sul cambiamento climatico Says:

    [...] il viaggio in Asia del presidente Obama, nel novembre 2009, la Cina e gli Usa hanno firmato un accordo che comprende un piano complessivo [...]

  10. Chen Ying » Blog Archive » Google vs China Says:

    [...] la questua e Barack Obama evita accuratamente di esporsi sul tema dei diritti umani durante il suo viaggio cinese, Google – cioè un’impresa del Web – può sfidare (o è costretta a farlo) il [...]

Leave a Reply