Dalla parte dello yuan debole

Obama è andato in Cina auspicando una rivalutazione dello yuan: niente da fare.
Come abbiamo visto, Robert Reich ne parla come di una vera e propria “politica sociale” da parte del governo cinese.

Un articolo dell’Economist prova a mettere in fila le ragioni del mancato apprezzamento.
Premessa: sostenere che la moneta cinese non aumenti di valore è un po’ uno stereotipo. Dal 1° gennaio 2008 a novembre 2009, il renminbi è la valuta che, dopo lo yen giapponese, si è maggiormante rivalutata nei confronti del dollaro (vedi tabella).

Punto primo. Le autorità cinesi sono d’accordo sul fatto che lo yuan debbia rivalutarsi, sì, ma sul lungo periodo. Questo, molto semplicemente, non è il momento adatto: le esportazioni sono già calate del 14% circa nell’ultimo anno e hanno sottratto 4 punti percentuali alla crescita del Pil (mentre la domanda interna ha contribuito per un 12% alla sua crescita), mentre il surplus delle partite correnti è sceso dall’11% del Pil nel 2007 al 6% attuale.
Tutto questo, grazie al potente pacchetto di stimoli interni che ha parzialmente riequilibrato l’economia cinese verso la domanda interna.

Punto secondo. Si dice che una forte rivalutazione farebbe del bene alla stessa economia cinese, perché permetterebbe alle autorità una politica monetaria più controllata.
Il ragionamento è il seguente: se il valore della moneta cresce con il freno a mano tirato, gli speculatori scommetteranno su futuri, regolari, apprezzamenti, gonfiando la liquidità interna; surriscaldando cioè l’economia. Una rivalutazione repentina frenerebbe invece l’aspettativa di quelle future, scoraggiando la speculazione.
Tuttavia, spiega l’Economist, un grande aumento una-tantum sarebbe politicamente insostenibile: si stima infatti un +25% che metterebbe molti esportatori fuori dal mercato.

Alcuni economisti cinesi dubitano infine del fatto che gli esportatori Usa (e anche europei) possano trarre beneficio da uno yuan più forte. Secondo questa interpretazione, il deficit commerciale americano non si ripiana così, perché le merci americane non sono in grado di rimpiazzare quelle cinesi: sono di natura diversa. Al contrario, lato consumatori, l’invasione di prodotti cinesi in Occidente ha avuto finora effetto deflattivo, mantenedo i prezzi bassi anche a fronte di una generale contrazione dei salari reali.

Prima o poi la Cina rivaluterà lo yuan, su questo tutti gli analisti concordano. Ma sarà Pechino a decidere come e quando. Ogni pressione esterna appare inutile. Il punto di svolta sarà epocale, perché sancirà il passaggio della Cina da un’economia export-oriented a un Paese di consumatori. Secondo l’Economist questo potrebbe già verificarsi nel 2010. Questo, oltre ai benefici, porterà forse altri problemi per tutti.

Vedi anche:

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2 Responses to “Dalla parte dello yuan debole”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Paul Krugman e il Renminbi Says:

    [...] Cina, molto semplicemente, non vuole entrare in questo gioco. La posta in gioco è una crescita equilibrata (ricordate la società armoniosa?). Tanto, ci sono [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Il sorpasso Cina-Giappone Says:

    [...] Dalla parte dello yuan debole [...]

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