Pèrché la Cina ha vinto e la Russia ha perso?

Ecco un saggio che sostiene una tesi interessante perché controcorrente: il successo economico della Cina – contrapposto in questo caso all’insuccesso della Russia – non dipende da un capitalismo governato politicamente dall’alto (ergo, dalle scelte di Deng Xiaoping e successori), bensì dallo sviluppo di forze produttive autonome, dal basso, cresciute per precise ragioni storiche che hanno differenziato il Dragone dall’ex Unione Sovietica. Forze che le autorità di Pechino non hanno coscientemente scatenato, ma di cui hanno di volta in volta preso atto; spesso, con il buon senso di lasciar fare.
Volendo riassumere: non è vero che il cosiddetto “modello cinese” (Stato autoritario che produce e coordina efficientemente le riforme economiche) sia superiore al liberalcapitalismo, per il semplice fatto che tale modello non esiste. O meglio, è diverso da quello che descrive la vulgata corrente.
In tutto questo, c’è anche una buona dose di casualità storica e di eterogenesi dei fini: alcune scelte scriteriate di epoca maoista – si sostiene – hanno inconsapevolmente provocato la nascita di libere forze produttive.
Il saggio si intitola “How China Won and Russia Lost“, gli autori sono Paul R. Gregory e Kate Zhou, compare sull’ultimo numero di Policy Review, la rivista della Hoover Foundation.
In generale – si legge - in Cina hanno funzionato riforme imposte dal basso; in Russia hanno fallito quelle imposte dall’alto.
La differenza risale al fatto che mentre Stalin aveva letteralmente eliminato tutti i funzionari dotati di una certa indipendenza di giudizio, Mao ebbe l’accortezza di lasciarli sopravvivere.
Di conseguenza, negli anni Ottanta Gorbaciov si trovò senza una classe dirigente all’altezza (anche lui era un apparatcik, voleva le riforme ma non sapeva come farle), Deng Xiaoping invece era lui stesso un sopravvissuto ed ebbe l’intelligenza di non opporsi alle riforme che funzionavano (“non importa se il gatto è nero o giallo, basta che prenda i topi”).
Prendiamo ad esempio l’agricoltura.
La Cina era reduce dalla catastrofe del Grande Balzo in avanti (a cavallo degli anni ‘50 e ‘60), mentre l’ultima carestia russa risaliva a 30 anni prima.
I contadini cinesi erano abituati a “fare da sè“, quelli russi erano generalmente soddisfatti della gestione centralizzata statale. Gorbaciov non aveva sostegno popolare per cambiare il sistema.
Si trattava, in entrambi i Paesi, di agricolture inefficienti. Ma se in Russia la civiltà era ormai urbana-industriale e i residui contadini, generalmente anziani, vivacchiavano garantiti in una situazione semi-assistenziale, il contadini cinesi rappresentavano l’80% della popolazione, erano giovani e non godevano di garanzie sociali.
In Russia, il tentativo del 1988 di introdurre un sistema di contratti, cioè affittare per 50 anni la terra ai contadini, non incontrò una domanda. I contadini cinesi non ebbero una simile offerta e cominciarono a suddividersi autonomamente la terra, riservando poi una quota dei raccolti per lo Stato.
Fu così che, anche in ambito imprenditoriale, i cinesi a differenza dei russi si temprarono nelle avversità.
Gorbaciov pensava che le cooperative potessero essere la base dell’imprenditoria e ne sanzionò l’esistenza con un decreto del 1987. La maggior parte nasceva all’interno o a margine della grande impresa statale, acquistandone i prodotti per poi trasformarli e rivenderli. Successe così che molte non fecero altro che comprare prodotti a basso prezzo per poi rivenderli a prezzo maggiorato. Di fatto, divennero parassiti dell’economia pianificata di Stato, senza dare nessun beneficio ai consumatori.
Questi “neo imprenditori” provenivano soprattutto dalle città; i contadini russi, nella maggior parte dei casi, non si misero a produrre per il mercato.
Al contrario dei cinesi.
In Cina, il sistema di responsabilità familiare creò un forte surplus agricolo che fu commercializzato al di fuori dell’economia statale.
I contadini cinesi si fecero le ossa inventandosi da zero canali di trasporto e commecializzazione delle merci in città, senza aiuti dallo Stato. Già nel 1983, la maggior parte dei consumatori di città comprava i suoi prodotti sul mercato libero.
Così si creò la rete dei mercati liberi e delle piccole imprese, la base imprenditoriale del Paese.
A questo punto, Deng prese a modello il boom delle Tigri Asiatiche e aprì la nazione al commercio internazionale. Così fece anche Gorbaciov.
Sia Cina sia Russia disponevano di un enorme capitale umano e quello russo era, almeno in partenza, più qualificato. Tuttavia, gli investimenti stranieri andarono in Cina. Perché?
Perché i russi non conoscevano i mercati internazionali, mancava un ceto di “intermediari” in grado di favorire l’ingresso delle imprese e dei capitali stranieri in patria. La Cina aveva invece la sua diaspora, milioni di persone sparse per il mondo che, pur continuando a sentirsi profondamente cinesi, avevano totale dimestichezza con il mercato. La Cina “aveva” anche Taiwan.
Furono i cinesi della diaspora a veicolare imprese e capitali oltre Muraglia, con competenza imprenditoriale, conoscenza del territorio e capacità di consigliare i titubanti investitori stranieri.
Restava il nodo irrisolto delle imprese di Stato, inefficienti sia in Russia sia in Cina. In entrambi i casi, si cercò da un lato di limitarne il peso nel complesso dell’economia, dall’altro di renderle più efficienti responsabilizzando il management.
Si permise quindi alle imprese di rivendere sul mercato libero il surplus industriale non dovuto allo Stato, il che non creò efficienza, bensì corruzione. I soldi finivano nelle tasche dei manager e se l’impresa andava male, c’era sempre lo Stato a salvarla.
In Russia, Gorbaciov stabilì quindi che le grandi imprese di Stato dovessero coprire i propri costi, ma questo scatenò le resistenze che portarono al tentato golpe del 1991 e, di fatto, alla fine dell’Unione Sovietica.
In Cina era ammissibile un atteggiamento più morbido. In pratica, fu possibile mantenere un certo grado di inefficienza perché altri settori dell’economia (piccole imprese familiari, agricoltura e investimenti stranieri) facevano da stampella.
Gradualmente, nel corso degli anni Novanta, l’establishment cinese riuscì poi a ristrutturare le grandi imprese in conglomerati e a garantire loro un flusso di capitali attraverso la riorganizzazione in società per azioni e l’apertura delle Borse di Shenzen e Shanghai.
In definitiva – conclude il saggio – in Cina esisteva un’ampia base favorevole e pronta alle riforme, in Russia no. Ci si spinge a sostenere che entrambi i Paesi hanno tratto l’esempio sbagliato dall’osservazione della vicenda altrui: in Cina si continua a pensare che le riforme politiche distruggerebbero il Partito comunista e in Russia che solo un forte leader autoritario sia in grado di praticare le riforme.
In realtà – questa la tesi – i successi cinesi nascono dal basso e solo ulteriori aperture possono confermarli ed estenderli.
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Cina Mondo Globalizzazione
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gennaio 21st, 2010 at 3:14 pm
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