Giustizia vs necessità

In attesa degli esiti di Copenhagen, un articolo di Chinadialogue firmato da Ma Jun – direttore dell’istituto cinese per gli affari pubblici e ambientali – chiarisce perché in quella sede non verrà raggiunto probabilmente nessun accordo vincolante.
Il problema, dal punto di vista del G77 (i Paesi in via di sviluppo) capitanato dalla Cina, consiste nel trovare un equilibrio tra efficienza ed equità.
Il principio base di “responsabilità comuni ma differenziate” è condiviso. Ma il punto è che può essere tradotto in diversi modi.
I Paesi in via di sviluppo sostengono a ragione che la responsabilità del riscaldamento globale dipende soprattutto dagli ultimi 150 anni di storia industriale dei Paesi ricchi; rifiutano quindi di adottare misure legalmente vincolanti e limitative della propria crescita.
D’altra parte questa posizione, in questo particolare momento storico, non è plausibile perché inefficace.
Misure vincolanti per le economie sviluppate sarebbero del tutto inutili senza la condivisione di Paesi come Cina e India.
Insomma, la giustizia si scontra con la necessità di muoversi: fare presto e con concretezza.
E’ quanto sostengono le economie sviluppate, Europa in primis, l’unica entità geopolitica che ha finora assunto misure reali.
Gli Usa, dopo il negazionismo sull’emergenza clima dell’era Bush, promettono con Obama azioni concrete; ma non vogliono muoversi se il G77 (leggi “Cina”) non si adegua.
Come se ne esce? Secondo Ma, con il trasferimento di tecnologia e denaro dal mondo ricco ai Paesi in via di sviluppo. Ma quando si parla di soldi e di tecnologie – che in linea teorica potrebbero avere applicazioni anche militari – tutto si complica.
Il punto, secondo il funzionario cinese, è che il trasferimento di risorse non deve essere vissuto come “un’elemosina” che i ricchi fanno ai poveri:
“Le grandi nazioni in via di sviluppo, come Cina e India, dovrebbero adottare azioni volontarie per ridurre le emissioni. Se un Paese industrializzato ha problemi nel raggiungere i propri obiettivi sulle emissioni e, per farlo, ha bisogno dell’aiuto di un Paese in via di sviluppo, allora le nazioni sviluppate dovrebbero finanziare totalmente gli ulteriori tagli rispetto agli obiettivi volontari”.
Sottolineiamo quell’”aiuto” e quel “volontari“, perché lì si gioca tutto.
Per la Cina si tratta di un rapporto alla pari tra economie che partono però da livelli di sviluppo diverso: l’Occidente mette a disposizione risorse e tecnologie, il G77 offre in cambio la possibilità di “contenere” le ricadute ambientali della propria crescita su base volontaria (riservandosi potere decisionale).
Per Pechino, inutile dirlo, si tratta di uno scambio equo.
La Cina respinge in pratica l’idea di una vigilanza internazionale sulle misure che adotterà per tenere sotto controllo le proprie emissioni di Co2.
Il controlli sarebbero invece concentrati sul famoso fondo anti-global warming finanziato dai ricchi:
“Quando questo fondo multimiliardario sarà istituito, si dovrebbe adottare un sistema appropriato di supervisione per assicurare che sia utilizzato efficacemente, senza abusi e appropriazioni indebite”.
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gennaio 19th, 2010 at 3:42 pm
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febbraio 8th, 2010 at 7:06 pm
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