Il bicchiere di Copenaghen

C’è chi lo vede pieno a metà e chi lo vede mezzo vuoto. La battuta del giorno potrebbe essere: “Se il bicchiere è mezzo pieno, occhio che l’acqua non evapori per colpa del global warming”.

La Conferenza Onu sul clima ha “preso nota” di un accordo tra Usa, Cina, India e Sudafrica per la lotta ai cambiamenti climatici. Un eufemismo per dire che su 193 Paesi intervenuti a Copenaghen, ben 185 non sottoscrivono una dichiarazione d’intenti che non ha nulla di legale e vincolante.

Va detto subito quanto segue: l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) – la task force scientifica delle Nazioni Unite – ha da tempo precisato che per contenere l’aumento di temperatura media del pianeta entro i 2 gradi, bisogna tagliare le emissioni di gas serra del 25-40% entro il 2020 e del 50% entro il 2050.

L’accordo scaturito dal summit ribadisce il target dei 2 gradi ma non dice come ottenerlo.

Delusissimi gli ambientalisti e tutti coloro che speravano in un trattato vincolante, con tanto di limiti alle emissioni scritti nero su bianco. Parzialmente soddisfatti gli ottimisti a oltranza.

Quali sono i motivi di delusione?

Prima di tutto, l’accordo non è un trattato vincolante. Per quello, bisognerà aspettare la fine del 2010. Forse.
E’ inoltre scomparso l’impegno a ridurre le emissioni globali del 50% entro il 2050.
Non c’è poi traccia di tagli vincolanti per le economie più avanzate entro il 2020. Dati e impegni concreti dovrebbero arrivare prima del 1 febbraio 2010, quando i Paesi sviluppati saranno tenuti a presentare piani di riduzione delle emissioni.
Per alcuni Paesi particolarmente esposti agli effetti del cambiamento climatico, il limite di 2 gradi è inoltre troppo elevato. Premevano per un abbassamento a 1,5 gradi. E’ questo per esempio il caso di Tuvalu - primo Paese al mondo ad avere già profughi climatici – per cui quel mezzo grado in più o in meno significa letteralmente la possibilità di non finire sott’acqua.

Quali sono i motivi di soddisfazione?

Innanzi tutto, si è definitivamente riconosciuto a livello internazionale che il global warming esiste e che la soglia dei 2 gradi non va oltrepassata. Da oggi, ogni negazionismo è bandito dall’azione politica (sopravviverà forse nelle ciance di qualche “scienziato” prezzolato dalle multinazionali del petrolio).
E’ stato poi istituito il Copenhagen Green Climate Fund, il fondo per finanziare i Paesi in via di sviluppo nelle politiche anti effetto serra. Sarà dotato di 30 miliardi di dollari tra il 2010 e il 2012 e di 100 miliardi all’anno fino al 2020. E’ stato anche approvato un Technology Mechanism per il trasferimento di tecnologia verde.

Infine la Cina.
Il Dragone si è prestato benissimo a fare da capro espiatorio per il parziale fallimento, segno che un conto è tenere mezzo Occidente – Usa in primis – appeso al filo dei propri crediti; altro discorso è avere la capacità di farsi carico dei problemi del mondo e mettere in gioco un “marketing politico” all’altezza del proprio nuovo ruolo di grande potenza.

Attenzione: parlando di marketing politico non si intende pura forma. La Cina sconta contraddizioni molto reali.
E’ strutturalmente sia primo, sia secondo, sia terzo mondo.
Ma se il gioco è quello di mettersi alla testa del G77 (i Paesi in via di sviluppo) e al contempo difendere i propri ciclopici interessi industriali sedendosi al tavolo del G2, con il corollario di po’ di risentita chiusura diplomatica post-maoista e zero trasparenza, prima o poi casca l’asino.

E’ logico insistere affinché i ricchi paghino le proprie responsabilità storiche nel dissesto ambientale con denaro e trasferimenti di tecnologia ai Paesi poveri. E’ più controverso rifiutare limiti specifici e vincolanti alle proprie emissioni, quando se ne è diventati la prima (o seconda) fonte a livello mondiale. E diventa irricevibile dalle altre diplomazie il “niet” a proposito del monitoraggio internazionale sul proprio territorio.

E’ così molto più facile, per gli Usa, non impegnarsi per l’ennesima volta in riduzioni vincolanti e darne la colpa al Dragone.
E poi, in definitiva, dove sono finiti gli interessi del pianeta?

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4 Responses to “Il bicchiere di Copenaghen”

  1. bibi - benny Says:

    thanks. we couldn’t find anywhere, in the words flood ióf these days, what the results of the summit were in the end.

  2. Chen Ying » Blog Archive » Tecnologie verdi e commercio diseguale Says:

    [...] Il bicchiere di Copenaghen [...]

  3. Chen Ying » Blog Archive » Cina-Usa: il dossier delle tensioni Says:

    [...] Il bicchiere di Copenaghen [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Cina-Usa, la tensione sta già scendendo Says:

    [...] c’è stata la delusione per la Conferenza Onu sul clima di Copenaghen. Poi ci sono stati due episodi che hanno aumentato la tensione: la condanna del dissidente Liu [...]

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