Paul Krugman e il Renminbi

Ho avuto l’ardore di scrivere un commento sul blog di Paul Krugman – premio Nobel per l’Economia e columnist per varie testate – a proposito della rivalutazione del Renminbi. Vediamo se lui o qualche altro lettore mi rispondono.

Krugman, con la semplicità che lo contraddistingue e riprendendo un altro post di Dean Baker, sostiene una tesi che è l’ABC della macroeconomia:
“Le autorità cinesi sono (a) preoccupate per l’inflazione e (b) determinate a non rivalutare la loro moneta, senza rendersi conto che si tratta di politiche in contrasto tra loro“.

Senza scomodare (come fa lui) la formula del tasso di cambio reale tra due Paesi, basterà dire che se un cinese (possessore di yuan) volesse comprare un televisore americano (valutato in dollari), sarebbe più felice se i suoi yuan si rivalutassero un po’, giusto per pagarlo meno. Se invece lo yuan resta rigidamente ancorato al valore del dollaro, un eventuale aumento di prezzo (in dollari) del televisore, fa aumentare anche il suo prezzo in yuan: inflazione.

Semplice no? Quindi, cari cinesi, lasciate fluttuare la vostra moneta in modo che abbia un valore commisurato alla reale forza della vostra economia (cioè più alto) ed eviterete l’inflazione.

Questo è il mio commento:

«Penso che lei abbia già risposto a questa bizzarra contraddizione in “Il Ritorno dell’Economia della Depressione e la Crisi del 2008“.
I cinesi non rivalutano la loro moneta (o adottano un cambio fluttuante) perché temono la speculazione internazionale sulla loro valuta e non vogliono dipendere dalla “psicologia” del mercato finanziario internazionale.
Come frenano l’inflazione?
Finora in due modi:

Pensa che abbia ragione?»

Detta in soldoni.
Proprio Krugman teorizza il fatto che la “psicologia dei mercati” abbia fortemente contraddistinto gli ultimi 30 anni di crisi economiche localizzate e la più recente, devastante, crisi globale.
Il Fondo Monetario Internazionale (cioè gli Usa) ha spesso imposto ricette contraddittorie a seconda che un Paese fosse “affidabile” oppure no.
Affidabile per chi? Per il senso comune.
A parità di crisi, all’Australia si consente di svalutare la moneta (perché così può rifiatare), all’Argentina no (perché una svalutazione può essere interpretata come un refolo di vento che preannuncia un uragano).

A loro volta, i grandi speculatori (come George Soros) hanno spesso provocato crisi di panico che si autoalimentano per poter fare affari sulle fluttuazioni di una data valuta.
Come si fa? Basta essere famosi e annunciare in diretta tv che una determinata economia è messa male. Vedrete che tutti correranno a svendere i propri asset legati a quell’economia e patatrack!

La Cina, molto semplicemente, non vuole entrare in questo gioco. La posta in gioco è una crescita equilibrata (ricordate la “società armoniosa“?).
Tanto, ci sono molti modi per tenere l’inflazione sotto controllo (aumentare i tassi d’interesse e la riserva obbligatoria delle banche serve proprio a limitare il flusso di valuta in circolazione).

Se ne capisco un poco (probabile che no), il Renminbi comincerà a fluttuare come una farfalla quando il mondo sarà un po’ meno dollaro-centrico. Questa lettura spiegherebbe altre due mosse cinesi: la diversificazione dei panieri e la proposta di sostituire il dollaro con una supervaluta sovranazionale.
Vediamo che dice Krugman. Se dice.

Vedi anche:

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2 Responses to “Paul Krugman e il Renminbi”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Tecniche monetarie e salari industriali Says:

    [...] mi sono montato la testa. Paul Krugman torna sull’”ingiusta” sottovalutazione del renminbi e io lo marco stretto. La [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Tra dollaro e yuan ci rimette l’euro Says:

    [...] Paul Krugman e il Renminbi [...]

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