Tecniche monetarie e salari industriali

Ormai mi sono montato la testa.
Paul Krugman torna sull’”ingiusta” sottovalutazione del Renminbi e io lo marco stretto.
La tesi è la seguente: la politica cinese del cambio fisso costa un 1.4% di mancata crescita del Pil globale, perché il surplus commerciale del Dragone sta di nuovo crescendo e questo toglie ricchezza a tutti gli altri esportatori mondiali, quindi ai governi. In definitiva, il Renminbi sottovalutato e la politica “mercantilista” cinese, costano agli Usa 1,4 milioni di posti di lavoro.
Ecco il mio commento:
«Giusto per fare da contrappunto, suggerisco di leggere questo articolo della New Left Review: http://www.newleftreview.org/?view=2809
La competitività cinese si fonda principalmente sulla prolungata stagnazione dei salari industriali e molti sostengono che questa sia dovuta al regime di cambio fisso. Non è vero.
La differenza tra il livello dei salari in Cina e nei Paesi vicini (le “Tigri asiatiche”) è molto più grande di quanto possa spiegare una moneta sottovalutata.
Quindi, qual è il problema? Le politiche agricole che hanno mandato le campagne in bancarotta e generato un continuo esodo rurale. Negli ultimi 20 anni, il governo cinese ha concentrato gran parte degli investimenti nel settore urbano-industriale delle regioni costiere orientali e meridionali, e la gente delle campagne è migrata lì per lavorare in cambio di salari molto bassi.
Non assomiglia molto alla nascita del nostro capitalismo occidentale nel XVII e XVIII secolo?»
Ma cosa dice l’articolo della New Left Review che cito (e che consiglio caldamente di leggere)?
Sostanzialmente, che la Cina ha i suoi bei problemi interni da risolvere prima di pensare alla salvezza del mondo (e, con Krugman, degli Usa).
Di fatto, l’economia dei galeotti incatenati assomiglia molto a un rapporto di servitù in cui l’Asia rifornisce, via Cina, l’America di prodotti a basso prezzo.
In Cina, questo si traduce nel conflitto interno al Pcc (due veri e propri “partiti” nel partito unico) tra la fazione “populista” che vorrebbe riequilibrare il rapporto città-campagna e quella “elitaria”, che protegge la borghesia export-oriented delle zone costiere.
Oggi comanda Hu Jintao, leader della fazione populista, e si parla di “società armoniosa“. Quello che appare come il suo più probabile successore nel 2012, Xi Jinping, è invece un esponente dell’altra fazione.
Si può prevedere quindi un ritorno a breve della politica dell’export molto aggressivo (con un acuirsi del gap città-campagna), rivolte contadine e operaie permettendo.
Insomma, se prendiamo per buono l’articolo di Hung Ho-Fung (finalmente cito anche l’autore), allora il problema è politico. Se Krugman non fa riferimento a questo, bensì a una semplice tecnica di politica monetaria, non si tratta di un caso.
Significa che all’élite democratica Usa (so called “liberal”) non importa un fico secco delle diseguaglianze ingenerate dal capitalismo. Il modello non va criticato.
Basta che la Cina rivaluti e che si creino posti di lavoro negli Usa.
In Cina, invece, si gioca un’altra scommessa: come competere a livello globale, garantendo al contempo sviluppo per un miliardo e trecento milioni di persone e possibilmente senza distruggere il pianeta.
Il Renminbi non è che una variabile di questa difficile equazione.
Vedi anche:
- Paul Krugman e il Renminbi
- Cina, commercio e diseguaglianza
- Dalla parte dello yuan debole
- Guadagnare licenziando
- Pepe il cinese
- Complotto antidollaro
- La fine del dollaro?
- Le più liquide al mondo
- Soldi in fumo
- Go global
- Al traino del Dragone
- Obama vs Cina
- Fate pulizia in casa vostra
- Armiamoci e partite
- La guerra dello yuan
Cina Mondo Globalizzazione
gennaio 18th, 2010 at 4:47 pm
[...] In un articolo su Repubblica, Marcello De Cecco illumina la faccia europea del conflitto dollaro-yuan. [...]
febbraio 12th, 2010 at 4:52 pm
[...] – prodotti essenzialmente dall’export aggressivo e quindi dalla prolungata stagnazione dei salari industriali – nei dissennati prodotti finanziari [...]
febbraio 15th, 2010 at 4:22 pm
[...] anche che la perdita di posti di lavoro non si è limitata alle industrie che producono per l’export, né alle città costiere che di export vivono. Questo calo occupazionale diffuso territorialmente [...]
febbraio 24th, 2010 at 6:51 pm
[...] settori meno improduttivi delle aziende di Stato, a Pechino e dintorni si discute molto su come aumentare i redditi per dare maggiore potere d’acquisto alle famiglie. Ergo, per fare il bene dei lavoratori [...]
marzo 17th, 2010 at 5:07 pm
[...] basso costo del lavoro in Cina permette alle imprese straniere di tagliare i salari e aumentare i profitti. Ironicamente, [...]
marzo 26th, 2010 at 6:12 pm
[...] la causa del protezionismo contro la Cina. In un altro intervento, “China’s swan song”, Krugman ha suggerito al dipartimento del Tesoro di denunciare la Cina per manipolazione della valuta. [...]
aprile 29th, 2010 at 4:46 pm
[...] Tecniche monetarie e salari industriali [...]