Alterità e contaminazione

In un saggio scritto un anno e mezzo fa – “Contestare Confucio” – Henry Zhao recensisce Contre François Jullien di Jean-François Billeter, autorevole sinologo svizzero.
La polemica tra i due studiosi francofoni e la sua interpretazione da parte di Zhao sono interessanti perché ruotano attorno a un paio di domande fondamentali: quanto è diversa e quanto è uguale a noi, la Cina? Se di alterità si tratta, il pensiero cinese può comunque entrare in relazione con il nostro in un reciproco arricchimento?
Di Jullien già sappiamo. La sua è un’operazione filosofica affascinante: utilizzare il pensiero cinese come specchio nel quale vedere riflesso quello europeo. Così ci appariranno chiari i pregiudizi della nostra ragione che confondiamo per assoluti.
La tesi di Billeter è invece la seguente: Jullien è erede di una tradizione filosofica che risale a Voltaire e all’«illuminismo sinofilo» settecentesco; una tradizione che “ha eretto a mito l’assoluta alterità cinese“. Ma questa Cina-meraviglioso «altro», esiste?
La risposta è “no”. Per Billeter, il nodo della questione “sta nel comprendere l’uso politico a cui soggiace la filosofia cinese, nel passato (come ideologia dell’impero) e nel presente”.
Il pensiero cinese nasce come tentativo di dare ordine morale e politico a un’epoca di disordini, quella degli Stati Combattenti. E l’intellettuale cinese è anche un politico, il ruolo di letterato e funzionario imperiale spesso coincidono.
Qui rimando alla ricostruzione che Billeter-Zhao fanno delle “quattro fasi” del pensiero confuciano, a partire da Confucio stesso (551-479 a.C.) fino a Novecento inoltrato (pagg. 206-207).
Sarà sufficiente dire che:
“«Quella che oggi chiamiamo “civiltà cinese”», osserva Billeter, «dipende strettamente dal dispotismo imperiale», al contrario della filosofia greca che, indipendente da ogni forma di dispotismo, ha agito come fonte ispiratrice della «libertà politica e della democrazia che percorrono la storia europea». Billeter aggiunge che, in Cina, anche quei concetti che all’apparenza sembrano puramente filosofici, come nello Zhongyong [中庸] (che di solito viene tradotto «dottrina del giusto mezzo», ma che Jullien preferisce rendere con l’espressione dottrina delle «regole»), nacquero in realtà come tecnica di governo proposta alla burocrazia imperiale.”
E sono gli stessi cinesi contemporanei, secondo Billeter, ad essere consapevoli di questa opzione tutta politico-imperiale del proprio pensiero tradizionale: “Non hanno un’alta considerazione dei propri antenati perché, paradossalmente, sono «persone libere e responsabili»: non avrebbero potuto sopportare a lungo il dispotismo. In contrasto con l’atteggiamento ellenizzante di Jullien, Billeter cerca di descrivere i cinesi come persone che vivono «fra di noi».”
Queste persone che vivono tra di noi discendono direttamente dal Movimento del 4 Maggio 1919, quando un’intera generazione si ribellò alla dominazione straniera e si mise in cammino verso una via cinese alla modernità. Fu una “moderna intellighenzia” che mise in discussione lo stesso pensiero confuciano e si divise in due correnti principali: da una parte i critici, dall’altra gli apologeti.
Insomma, il pensiero cinese è più complesso di quanto ci faccia credere Jullien e lo stesso Partito comunista nasce in radicale contrapposizione alla tradizione confuciana: salvo poi riscoprirla oggi, per riempire il vuoto lasciato dalla morte del maoismo, sotto forma di “guoxue re” o «febbre per gli studi nazionali» [国学热].
Torniamo a noi: finora Billeter ci ha detto che il pensiero cinese, comunque “altro“, è tutto fuorché “meraviglioso” e tanto meno superiore a quello occidentale; è comunque articolato.
Ma resta inevaso uno dei quesiti di partenza: a noi occidentali può comunque dire qualcosa? E’ possibile, in un mondo globalizzato in cui politica ed economia hanno già accorciato le distanze, non vivere in uno stato di profonda incomunicabilità tra diversi?
Qui siamo ai lavori in corso e ai buoni auspici. Il guoxe re come collante nazionale funziona se non diventa chiusura verso l’esterno.
Con Zhao: “Si può incoraggiare la diversità senza trasformare la differenza in qualcosa di irriconoscibile o di irraggiungibile. Quando si regge sul mito, l’alterità non serve né a coloro che si collocano all’interno della sua sfera né a coloro che si collocano al di fuori.”
Personalmente, sono ottimista.
Banalizzando, i giovani cinesi che consumano all’occidentale, assumono quotidianamente anche valori occidentali (la merce immagazzina valori). Poi, caso mai, li ruminano in salsa confuciana.
La velocità dei flussi simbolici crea esiti inediti e la biodiversità si contamina.
Penso al “mio amico fondamentalista“, il ragazzo uyghuro (quindi con l’ulteriore retaggio dell’Islam) di cui scrivevo in un vecchio numero di PeaceReporter: così preso tra fede cieca, pensiero scientifico, pulsioni sensuali e desiderio di scoprire il mondo; così in trasformazione.
Il problema, se mai, è qui da noi. Chi conosce Confucio?
Vedi anche:
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Cina Mondo Globalizzazione
gennaio 9th, 2010 at 2:04 pm
Esattamente, la domanda finale del tuo post è un punto nodale della questione. Chi vive in una sorta di “Torre d’Avorio”, impermeabili (attualmente) a molti valori provenienti da fuori, siamo molto più noi che altri.
Cmq non condivido molto le affermazioni di Billeter, specialmente riguardo alla sua visione, IMO,un po’ idealizzata e “idilliaca” della filosofia greca e delle sue origini…ma in questo ci imbarcheremmo in un discorso estremamente lungo…
gennaio 11th, 2010 at 5:00 pm
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marzo 19th, 2010 at 6:43 pm
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