Google vs China

Nato negli anni ‘90: “Oggi sono uscito dal Grande Firewall e ho visto un sito web straniero che si chiama Google. Merda, è tutto tranne che una copia di Baidu.”
Nato negli anni ‘00: “Cosa intendi con ‘uscire dal Grande Firewall’?”
Nato negli anni ‘10: “Cosa intendi con ’sito web’?”
Nato negli anni ‘20: “Cosa intendi per ’straniero’?”
Questa è la storiella che gira nella rete cinese dopo che Google ha minacciato di abbandonare il Celeste Impero.
E’ significativa: rivela i timori dei netizen cinesi, ma al tempo stesso la loro consapevolezza di vivere dietro una “grande muraglia” virtuale che li isola dalla libera informazione.
Non è una novità. Storielle simili girano anche a proposito dei giornali cartacei, segno paradossale del fatto che i cinesi, comunque, riescono a scambiarsi notizie e pareri anche scomodi.
Il colosso tra i motori di ricerca ha notificato martedì che starebbe valutando l’interruzione delle proprie attività in Cina, citando attacchi hackers contro i propri sistemi informativi e denunciando tentativi cinesi di “limitare la libera espressione sul Web“.
In particolare, ci si riferisce alla violazione della mailbox, su Gmail, di alcuni attivisti per i diritti umani e di imprese occidentali. Si ritiene che l’attacco origini da Pechino e dintorni.
Come ritorsione, la dotcom di Mountain View annuncia che non collaborerà più con il governo cinese: su Google.cn pare sia già da ora possibile ottenere risultati “sensibili” da ricerche come “Tiananmen square protest” (六四事件) e “Dalai Lama” (達賴喇嘛), di solito precluse.
Google aveva accettato di porre filtri alla propria search già dal suo sbarco in Cina nel 2006. Sorte simile tocca a Wikipedia (fortemente limitata), peggiore a YouTube e Facebook (bloccati a intermittenza).
Tuttavia, 300 milioni di netizen cinesi e un giro d’affari da 300 milioni di dollari l’anno avevano finora giustificato il filtraggio della search. Non erano mancate le critiche da parte dei gruppi che si battono per i diritti civili.
Dal motore di ricerca made in Usa passa in realtà solo un terzo delle search cinesi. Lo strumento mainstream è Baidu, cinese e legato a doppio filo con il governo.
La sua immagine è tuttavia in caduta libera anche sul suolo dell’Impero di mezzo, dopo che sono stati censurati i risultati di ricerche come “latte avvelenato“: si vocifera infatti che Baidu abbia preso denaro dai produttori di latte contaminato con la melamina, all’origine dello scandalo dell’autunno 2008.
Ora, è possibile che le autorità cinesi oscurino del tutto Google.cn adottando la consueta giustificazione della “battaglia contro la pornografia“: chi rende disponibile l’accesso a contenuti pornografici è infatti oscurabile.
In tal caso, il cerino acceso tornerebbe nelle mani della compagnia californiana che dovrebbe fare una scelta tra le revenues del mercato cinese e la perdita d’immagine e di attendibilità dei risultati della propria search.

La vicenda è tuttavia molto interessante fin d’ora per almeno due motivi:
Primo. Laddove non può la politica, può la rete (e il mercato).
Se Hillary Clinton sbarca oltre Muraglia a fare letteralmente la questua e Barack Obama evita accuratamente di esporsi sul tema dei diritti umani durante il suo viaggio cinese, Google – cioè un’impresa del Web – può sfidare (o è costretta a farlo) il potere di Pechino.
Alla base c’è la natura stessa di internet, per cui il colosso di Mountain View non è una semplice azienda che opera in un Paese straniero, bensì un modello di business che oltre a guidare gli utenti nel web, vive anche delle informazioni che gli stessi utenti gli forniscono.
Per funzionare, ha bisogno che tali informazioni circolino.
In questo senso, non può permettersi che troppi filtri ne limitino le potenzialità e tanto meno falle nel propri sistemi di sicurezza. Altrimenti diventa inutile e, anzi, dannoso. In tal caso, meglio mollare la Cina e preservare la propria natura.
Allo stesso tempo, la rete ha mille rivoli che inevitabilmente sfuggono perfino al “Grande Firewall” di Pechino. Sui network cinesi e internazionali si commenta la vicenda, anche in mandarino, e la storiella che apre questo articolo ne è un ottimo esempio: si va diffondendo una consuetudine alla critica dal basso.
E veniamo quindi al secondo punto. I meccanismi di adattamento del Partito comunista cinese sono messi alla prova.
Di recente, il Pcc è stato definito “darwiniano-leninista” e la sintesi appare calzante.
Dopo Tiananmen ‘89, la sua dirigenza ha compreso che per sopravvivere e mantenere il potere deve incessantemente adattarsi e rispondere ai cambiamenti sociali. Ma più la società cinese si fa complessa e più questo adattamento è difficile. Ciò che non può essere inglobato nel sistema, rischia di distruggerlo.
Attualmente, Pechino deve già fronteggiare tensioni etniche e sociali crescenti.
C’è poi il ceto medio urbano che è alla base del patto sociale che regge la nuova Cina: benessere in cambio del potere. Proprio con il benessere, i neo-benestanti hanno assunto negli ultimi anni anche più consapevolezza rispetto ai propri diritti. Non sono mancate proteste difficili da ricomporre, perché nuove: le proteste di Xiamen contro l’impianto petrolchimico (2007), quelle di Shanghai contro il prolungamento del Maglev, la linea ferroviaria ad alta velocità (2008), o quelle di Urumqi contro le inefficienze dei sistemi di sicurezza nel corso della rivolta uyghura e dopo (2009).
La rete aggiunge altra complessità e altre tensioni.
Per il partito “darwiniano”, la vicenda Google sarà un’ulteriore prova di adattamento.
Questo articolo compare anche su PeaceReporter
Vedi anche:
Cina Mondo Globalizzazione
gennaio 14th, 2010 at 10:44 am
ciao complimenti per l’articolo…mooolto interessante!. Non cè niente da fare GOOGLE sta diventando sempre più un tiranno dalla lunga mano. Io direi una nuova Micro$oft potenziata.
Bello anche il blog
..ti seguo!
gennaio 14th, 2010 at 7:10 pm
[...] « Google vs China [...]
gennaio 19th, 2010 at 3:16 pm
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