L’Europa ansima al cospetto del G2

Madrid -5,94%, Lisbona -4,98%, lo chiameranno crac iberico.
Da alcuni giorni, analisti e osservatori erano preoccupati per il crescente debito pubblico di Spagna e Portogallo, memori anche del precedente default greco.
L’ondata di pessimismo ha fatto crollare i listini
Nella serata di ieri, anche Wall Street ha chiuso in picchiata in un clima depresso per le condizioni dell`economia globale: -2,61% per il Dow Jones.
Lì non incide solo la paura per la situazione europea, bensì forti preoccupazioni per il mercato del lavoro interno, sempre più giù.
Di rimbalzo il malessere è arrivato a Tokio, dove la seduta di oggi si è chusa con l’indice Nikkei a -2,9% e – rieccoci in Europa – ora pure l’euro è sotto attacco, ai minimi rispetto al dollaro.
La palla è dunque tornata al primo ministro spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero che già ieri, da Washington, aveva garantito che il debito della Spagna resta su un livello “ragionevole” e lo status “di paese solvibile è garantito“. Purtroppo l’aveva fatto al termine del “giovedì nero”, con le borse già chiuse.
Oggi ritorna sull’argomento: “Dopo la crisi, è venuto il momento di ripianare i conti pubblici“.
Darà nuova fiducia ai mercati? Comunque sia, si naviga a vista.
L’anno scorso il debito spagnolo è salito al 55,2% del Pil e arriverà al 74,3% nel 2012, mentre il deficit nel 2009 è volato all’11,4% e il governo punta a riportarlo sotto il 3% nel 2013.
Ma – è proprio questo il punto – per farlo ci sarà un bagno di sangue: taglio della spesa sociale e aumento dell’età pensionabile.
Il problema è strutturale.
Non c’è stata nessuna riforma del sistema finanziario internazionale e nella situazione “tutti in ordine sparso” l’Europa sembra avere il respiro corto rispetto alla ripresa che verrà (forse) e sta scontando una graduale emerginazione dai giri che contano.
Le previsioni di crescita per Eurozona sono deprimenti se paragonate a quelle dei nuovi protagonisti dell’economia mondiale: il capo dei liberali al parlamento europeo Guy Verhofstadt, citato da Repubblica, prevede per il 2010 un +0.9%, insignificante rispetto al +10 cinese, al +7 indiano, al +4,8 brasiliano e perfino al +4,4% Usa.
“Nel 2050 il G7 non sarà più composto da Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Germania, Italia, Giappone e Canada, bens’ da Cina, India, Brasile, Russia, Messico, Indonesia e Usa“.
Tre Paesi asiatici, tre americani, uno a cavallo tra Vecchio Continente e Asia, del tutto eccentrico rispetto alla nostra “casa comune europea”.
Allarmismo? Di fatto, nonostante le recenti tensioni, il nuovo ordine mondiale sembra sempre più una faccenda tra Usa e Cina: il G2.
Sul Wall Street Journal, un’opinione di George Gilder – membro del think-tank “Discovery Institute – ci illusta bene in che direzione guardino gli americani:
“La rivitalizzazione del capitalismo asiatico compiuta dalla Cina resta l’evento mondiale positivo più importante degli ultimi 30 anni. Non solo ha liberato un miliardo di persone dalla penuria e dall’oppressione, ma ha anche trasformato la Cina da un nemico comunista degli Usa in un nuovo responsabile partner capitalista“.
Europa: non pervenuta.
Così anche i mercati non ci credono più, all’Europa.
Che fare? Tutti concordano nell’indicare la necessità di una maggiore integrazione continentale, la creazione di un”sistema Europa” che sappia rispondere coeso sia alle sollecitazioni dei mercati, sia a quelle politiche. Purtroppo nulla del genere si intravede all’orizzonte.
Vedi anche:
Tags: asia, borsa, cina, crisi, europa, finanza, g2, grecia, mercati, portogallo, spagna, usa
Cina Mondo Globalizzazione
febbraio 5th, 2010 at 6:38 pm
Fantapolitica: paradossalmente l’ avere classi politiche ridicole potrebbe essere la chiave per spingere i singoli paesi a rinunciare a parte della propria autonomia. Bisognerebbe cominciare con pochi paesi molto squilibrati tra loro; dubito che Francia, Spagna, Germania o (sigh) Italia vogliano perdere ‘controllo’ sul loro territorio ma vedo bene un Germania-Grecia: il vantaggio competitivo conseguente constringerebbe a catena tutti ad aggregarsi e riconoscere ai paesi ‘fondatori’ maggiori poteri. Organizziamo un referendum per aggregarci alla Germania: se non fosse per il PD che finge di fare opposizione ci sarebbe qualche possibilita’
.
febbraio 5th, 2010 at 8:43 pm
Buona idea, voto per l’Anschluss!
febbraio 5th, 2010 at 10:32 pm
ecco, un altro paio di decenni e si comincera’ a rivalutare la figura di Hitler come brillante statista… Se l’ Italia avesse uno straccio di progetto di ’stile di vita’ o si strategia economica potremmo essere il faro economico e sociale di riferimento di tutto il Nord Africa e invece ci stiamo facendo fregare anche questa opportunita’ dalla Cina. Complimenti per gli articoli ad ogni modo: una visione delle tematiche internazionali davvero aiuta a leggere meglio la realta’ italiana ed essere testimoni di una roba come la crescita cinesa e’ una opportunita’ storica. Grazie
febbraio 6th, 2010 at 12:13 am
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febbraio 6th, 2010 at 12:56 pm
In fondo credo che non ci sia nulla di male in questa traslazione del baricentro del mondo dall’Europa verso altri paesi.
Il processo capitalistico qui in Europa ha concluso la sua parabola ascendente: alla gente non serve comprare di più, avere di più, lavorare di più… è arrivato il dolceamaro momento del decadentismo (noi italiani siamo stati i precursori in questo).
Ora tocca agli altri entrare in quell’entusiasmante (all’inizio) vortice virtuoso: penso alla Cina ma soprattutto all’India, al Brasile e ai primi paesi africani.
Ci saranno centinaia di milioni non-più-poveri e di fronte a tutto questo il decadentismo della vecchia Europa (che provocherà disoccupazione e migrazioni verso altri paesi) è un semplice inconveniente di poco conto.
Gli USA cambieranno solamente i loro partner commerciali, dato che per loro (più o meno giustamente) è solo una questione di soldi.
S.J.
febbraio 7th, 2010 at 11:17 am
Qualche anno fa, un mio amico cingalese che si è trasferito in Norvegia e ha preso la nazionalità di quel Paese proprio perché “è il migliore al mondo per studiare”, mi ha detto: “Non credo più all’Europa”. Non capivo bene cosa intendesse, ma mi colpì molto, perché lui, proprio lui, aveva deciso di emigrare per l’Europa e in particolare per il Paese dal welfare state più realizzato.
Oggi capisco. L’Europa resterà l’archivio storico della cultura occidentale, una sorta di Disneyland della memoria dove torme di turisti asiatici verranno a fare foto, uno splendido posto “to get a postcard from”. Ma non è più propulsiva. E l’Italia sta accumulando ulteriore ritardo anche rispetto agli altri Paesi europei.
Perché anche io non credo più all’Europa? Perché non mi pare attrezzata per il nuovo millennio.
Nella sua collocazione geografica tra primo e terzo mondo, ha per esempio già perso la scommessa dell’integrazione (che non è “carità”, bensì la base della forza di una cultura e di un’economia). Ci stiamo arroccando.
Questo ci renderà scarsamente competitivi. Credo che continueremo (noi “Europa”, non noi “Italia”, brufolo sul culo di un continente già decadente) a produrre cervelli che però si realizzeranno sempre più altrove, nel punto più alto e dinamico dello sviluppo capitalistico (a Oriente). Magari esercitando anche qualche forma di critica (un cicinìn di pensiero critico ce l’abbiamo ancora).
Quanto agli Usa, non sono più i soli e gli unici decisori mondiali. Questo a mio avviso produrrà (è già sotto i nostri occhi) una graduale apertura verso l’Asia, sia per competere sia perché “that’s the place”. E, al contempo, un graduale sganciamento dall’Europa, di cui si ricorderanno solo quando servirà agli interessi geopolitici Usa (altrimenti il gioco non vale la candela).
La mia è una visione pessimista? Niente affatto, sono felice che il baricentro del mondo si sposti. Credo che la cultura occidentale abbia lasciato tante cose belle ma non sia più in grado di “tirare”. Purtroppo ha soprattutto lasciato un’eredità pesante che, oggi si vede, è in netto contrasto con i limiti biologici del pianeta: il capitalismo.
Guardare a Oriente serve anche a questo: a capire se il modello che noi pretendiamo di esportare (con il suo corollario politico, che è la democrazia liberale), verrà recepito pari pari o sarà trasformato da altre e diverse culture, forti come la nostra, antiche anche più di lei e potenzialmente alternative. Sarà il capitalismo a cambiare la Cina o la Cina a cambiare il capitalismo? Io spero la seconda. Almeno offre qualche speranza, nonostante la Cina sia oggi il massimo inquinatore del pianeta (ma ci è anche stata costretta per colmare rapidamente il ritardo nello sviluppo) e sembri per certi versi riprodurre il nostro modello di sviluppo, solo ingigantendolo. Io credo che tra le pieghe di questa evoluzione storica ci siano invece elementi della diversità cinese che possono offrire vie d’uscita: l’idea di armonia circolare, il senso dell’individuo che ha ragione di essere solo in quanto inserito in un contesto di relazioni, etc
Per questo è interessante indagarli mentre si racconta anche la politica e l’economia
febbraio 8th, 2010 at 2:45 am
ma scusate, ancora qualcuno crede sul serio a qualsiasi numero venga fornito dagli USA? Qualcuno crede sul serio che con la disoccupazione che continua a crescere ci sarà una crescita del 4% quest’anno? O che il G2 sia una cosa seria? No, perchè sul pianeta terra se io devo a Tizio dei soldi, io e Tizio non siamo una società vincente, ma siamo io debitore e lui creditore. E infatti la Cina crede tanto al G2 che si comprerebbe anche il ghiaccio artico pur di smettere di finanziare il debito pubblico yankee, che sta crescendo come e più dei debiti pubblici europei e soprattutto è gemello di un debito privato molto più grande, tanto che messi assieme superano il 400& del PIL. Vale a dire che se domani si chiedesse agli yankee di rientrare dai debiti fallirebbero seduta stante.
febbraio 8th, 2010 at 12:22 pm
Sì Giovanni, ma è anche vero che se gli USa decidessero dall’oggi al domani di non pagare più i propri debiti ai cinesi, la Cina perderebbe una bella fetta delle sue riserve (conle quali foraggi un’economia che deve per forza crescere almeno all’8% per garantire la stabilità interna). L’economia dei due Paesi è per il momento fortemente interlacciata. La Cina ha capito, con la crisi, che gli conviene diversificare i propri investimenti (non solo bond del Tesoro Usa), ma il rapporto con gli Usa resta prioritario.
Perché? Perché la Cina ha bisogno anche del trasferimento di tecnologie verdi dall’America.
Ma non solo: sul piano più generale, è mia opinione che la Cina non voglia sostituirsi agli Usa come potenza egemone.Tutto sommato fa comodo anche alla Cina che qualcun altro si sveni in giro per il mondo mentre lei ne coglie alcuni frutti in silenzio. Diciamo che è un gioco di equilibri mobili
febbraio 8th, 2010 at 1:05 pm
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febbraio 8th, 2010 at 7:04 pm
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