Il fardello del migrante

Migranti: sono loro che hanno subito il maggior peso della crisi. Ma come? Quanto?
Nuovi dati e testimonianze gettano maggiore luce sullo shock occupazionale che ha colpito anche la Cina a partire dalla fine del 2008.

How Much Do We Know about the Impact of the Economic Downturn on the Employment of Migrants?”, uno studio dell’Asian Development Bank Institute, rivela per esempio che le espulsioni di migranti “rurali-urbani” dal ciclo produttivo sono state frutto di 3 eventi: le politiche macroeconomiche restrittive introdotte nel 2007 dal governo e dalla Banca Centrale cinese per raffreddare l’economia; l’introduzione della Legge sul contratto di lavoro a partire da gennaio 2008; infine, e solo infine, la riduzione delle esportazioni causata dalla crisi finanziaria globale, a partire dalla seconda metà del 2008.
E’ stata proprio la sequenza dei tre eventi ad affliggere l’esercito industriale di riserva della nuova Cina.

Il rapporto, che si basa sullo studio di 5mila famiglie di migranti in 15 città cinesi tra 2008 e 2009, spiega anche che la perdita di posti di lavoro non si è limitata alle industrie che producono per l’export, né alle città costiere che di export vivono. Questo calo occupazionale diffuso territorialmente è interpretato proprio come conseguenza sia della crisi globale, sia delle politiche interne.

Facciamo un esempio: i migranti di Shenzhen e Shanghai - due delle città cinesi il cui Pil è maggiormente legato alle esportazioni – non sono tra i più afflitti dalla disoccupazione. Le espulsioni dal lavoro hanno colpito anche l’industria che produce per il mercato interno e il commercio (all’ingrosso e al dettaglio). A conferma del fatto, i dati di Wuhan, dove ben il 28% dei licenziati lavoravano proprio nel commercio.
E’ questo il risultato forse più importante della ricerca: si parla di perdite di lavoro “ad ampio raggio”, che coinvolgono anche le produzioni non commerciali, le costruzioni, il commercio all’ingrosso e al dettaglio.

Se il pacchetto di stimoli e l’ampliamento del credito sono state le risposte sia alle precedenti politiche anti-surriscaldamento dell’economia sia alla crisi finanziaria globale, qualche parola va spesa sugli effetti della Legge sul contratto di lavoro.
Secondo lo studio, ha infatti “aumentato considerevolmente il costo del lavoro dequalificato, inducendo i datori a tagliare l’input del lavoro stesso” (tutto il mondo è paese).
La legge – che va vista nell’ottica della “società armoniosa” promossa dal governo cinese – prevede contratti a tempo indeterminato per i lavoratori con alle spalle 2 contratti a termine consecutivi o che abbiano lavorato per lo stesso datore almeno per 10 anni, un controllo sui piani di ristrutturazione aziendali da parte degli uffici del lavoro locali, nonché indennizzi per i licenziati.
E’ stata approvata nel giugno del 2007 ed è entrata in vigore il 1° gennaio 2008. Nella finestra di tempo tra le due date, i datori di lavoro hanno pensato bene di attrezzarsi con una doppia strategia.
Innanzitutto, con “l’adeguamento creativo” (“creative compliance”): i lavoratori venivano obbligati alle dimissioni e poi riassunti come “nuovi” dipendenti.
Attenzione, non parliamo solo di piccole manifatture: Huawei Technologies Co. Ltd, il più grande produttore cinese di materiali per le telecomunicazioni, ha spinto più di 7mila dipendenti a rassegnare “dimissioni volontarie” alla fine del 2007, per scongiurare i contratti a tempo indeterminato per lavoratori dall’anzianità superiore ai 10 anni (People’s Daily 2007).”

Seconda strategia: la chiusura tout court degli stabilimenti, con successiva delocalizzazione in aree meno costose, sia della Cina sia della vicina Asia.

Quanti disoccupati? In base al rapporto, la crisi ha colpito tra il 13 e il 19% dei posti di lavoro dei migranti urbano-rurali, percentuale superiore al 10%–15% accreditato ufficialmente.
I dati confermano invece che la tipologia di lavoratori maggiormente afflitta è più o meno la stessa in ogni economia: scarsamente istruiti, single, non più giovani e con poca esperienza di emigrazione. L’anello debole della società.

Si leggano inoltre due articoli tradotti da Polonews e risalenti allo scorso autunno. Non si capisce da quali testate siano tratti.
Il primo, del 15 ottobre, snocciola alcuni dati sulle retribuzioni medie dei lavoratori migranti che, a Pechino, lavorano nelle costruzioni: 17.000 yuan all’anno contro 4.000 negli anni Novanta.
Il secondo, più interessante, sembra sostenere che la “mano invisibile del mercato” sarebbe in grado di riassorbire i migranti espulsi da un dato settore, reimpiegandoli in un altro, se venisse riformato il sistema dell’hukou (户口 – registrazione della residenza).

In base all’hukou, il diritto di residenza in città viene concesso solo a chi ha reddito e abitazione stabili (e di un determinato livello), il che penalizza i migranti rurali. Senza essere registrati, si riducono infatti a “carne da lavoro” senza diritti, come l’accesso al sistema sanitario e l’istruzione per i figli.
In Cina si dibatte molto su come abbattere le discriminazioni senza dar luogo a migrazioni ciclopiche che destabilizzerebbero il Paese.
Secondo l’articolo, la rigidità del sistema produce anche una “segmentazione” del lavoro, impedendo il riassorbimento veloce della manodopera espulsa, che non ha altra scelta se non fare ritorno alle campagne e restarvi.

Vedi anche:

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4 Responses to “Il fardello del migrante”

  1. Chen Ying » Blog Archive » Cina, come aumentare i redditi? Says:

    [...] di queste scelte ha come effetto nel breve periodo di ridurre il livello occupazionale ma, nel medio-lungo, dovrebbe spostare il peso della crescita verso i consumi interni. La ricetta [...]

  2. Chen Ying » Blog Archive » Cina, verso la fine dell’Hukou (户口) Says:

    [...] di lavoro nell’industria ha attirato nelle grandi città dell’est masse di migranti dalle campagne. Arrivati in città, costoro si trovano privati di qualsiasi servizio sociale [...]

  3. Chen Ying » Blog Archive » Riforma dell’Hukou e critica di sinistra Says:

    [...] – venisse riformato. Apparentemente la misura dovrebbe rendere più liberi e tutelati i migranti cinesi. Ma non tutti la pensano così. A sinistra, si ritiene che l’appello rappresenti [...]

  4. Chen Ying » Blog Archive » Videonews by AlJazeera – 2010/03/13 Says:

    [...] il Capodanno Lunare, molti migranti non sono tornati al lavoro nelle industrie export-oriented del sud manifatturiero. Nonostante il [...]

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