Di renminbi, dollari, prezzi e guerre

Washington provoca Pechino per interposto Dalai Lama e nel frattempo, a orologeria, esce la notizia che alcuni degli attacchi informatici contro Google e altre società Usa sarebbero partiti da due università cinesi.
E’ una guerra a bassa intensità che continua ormai da inizio anno, la cui vera posta in palio potrebbe essere sotterranea, nascosta, l’autentico convitato di pietra di tutta questa vicenda: la rivalutazione del renminbi-yuan e il conseguente riposizionamento economico dei due “galeotti incatenati“.
Ma all’orizzonte si staglia anche il destino del dollaro come moneta di scambio universale: è davvero finito il suo dominio? Il renminbi potrà sostituirlo un giorno come valuta che regola le transazioni globali?
Il nodo del contendere è arcinoto.
Washington vorrebbe che la moneta cinese si rivalutasse per ridare competitività alle proprie imprese e uscire dalla morsa del debito commerciale. Nel frattempo continua però a beneficiare del fatto che la propria valuta nazionale sia l’equivalente universale di scambio: decide di fatto in casa propria a quanto si scambino beni e servizi in giro per il mondo.
Pechino rimanda la rivalutazione dello yuan. Non intende svalutare le proprie riserve in dollari, penalizzare l’export (che rappresenta il 32% del Pil cinese) e attirare fondi speculativi. Da circa un anno, propone però di sostituire il biglietto verde americano come moneta di riserva. Al suo posto, una supervaluta controllata dal Fondo Monetario Internazionale, lo Special Drawing Right (“Diritti Speciali di Prelievo”).
Anche per Geng Xiao, direttore del Brookings-Tsinghua Center for Public Policy – istituto collegato a uno dei maggiori think-tank di Washington e focalizzato sullo studio della Cina – rivalutazione della moneta cinese e fine dell’egemonia di quella statunitense, sono due facce della stessa medaglia.
Per vedere come andrà a finire questa storia, ci vorranno però circa vent’anni.
Prima di lasciare fluttuare liberamente il renminbi, o comunque rivalutarlo, la Cina deve infatti riformare la struttura dei prezzi.
Il punto è che attualmente oltre Muraglia ci sono beni che costano troppo e altri che costano troppo poco: mancano prezzi di riferimento.
Geng si riferisce soprattutto ai prezzi dei beni “non-tradable“, cioè quelli che trovano sbocco solo localmente, come gli immobili e i servizi, il cui prezzo non trova un equilibrio sul mercato internazionale.
Le case, in Cina, costano esageratamente rispetto al livello dei salari; i servizi (sanitari, pensionistici) idem.
E’ un’instabilità dovuta alle distorsioni dell’accelerato sviluppo cinese.
Affinché i prezzi si assestino, la Cina deve quindi mettere in atto delle riforme: della proprietà della terra, del settore energetico, delle imprese statali e del welfare.
I tempi? Secondo Geng, si parla di 5-10 anni.
In assenza di queste riforme, la rivalutazione/fluttuazione del renminbi non farebbe che provocare bolle speculative.
Quindi, fino a quando non avrà una struttura dei prezzi analoga a quella occidentale, la Cina continuerà a mantenere relativamente basso il valore della sua moneta e ad accumulare riserve valutarie sotto forma di dollari.
Se poi l’economia cinese continuerà a crescere con questo ritmo, diventerà nel giro di 10-20 anni la più grande del mondo, conclude Geng.
E se nel frattempo si attueranno anche le riforme necessarie, ci troveremo allora di fronte a un’economia di mercato matura con una valuta, il renminbi-yuan, perfettamente in grado di divenire “una delle importanti monete di riserva, proprio come il dollaro”.
Vent’anni.
L’America dei tempi ristretti (le scadenze elettorali) può aspettare? E soprattutto, può accettare che il renminbi forte si accompagni alla fine del potere del dollaro?
La guerra a bassa intensità sembra appena iniziata.
Vedi anche:
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Cina Mondo Globalizzazione
febbraio 20th, 2010 at 5:29 pm
Se non ci fosse di mezzo la vita (o almeno il tenore di vita) di mezza umanità sarebbe anche appassionante…
A me le linee cinesi sembrano abbastanza equilibrate e ragionevoli, solo che implicano un cedimento di sovranità americana, venduta a caro prezzo.
D’altra parte, stando a quello che scrivi, la Cina non è ancora matura per una staffetta con gli USA, e non credo che converrebbe neanche a lei un veloce declino americano.
febbraio 20th, 2010 at 7:33 pm
No, alla Cina conviene crescere all’ombra del dominio Usa perché finora ha funzionato, perché se gli Usa si “svenano” in giro per il mondo hanno meno risorse per minacciare la Cina stessa, e perché così la Cina può continuare a comprare il debito americano tenendo gli Usa avvinti a sé.
Ma più la Cina cresce e più gli interessi dei due Paesi sono oggettivamente in contraddizione.
Esiste poi un limite biologico del pianeta che, a mio avviso, non può permettersi lo stile di vita energivoro, inquinante e consumistico americano allargato alla Cina (e al resto del pianeta).
Su questi temi e affini, annuncio la prossima uscita su questo blog e anche su PeaceReporter di un’intervista con il generale Fabio Mini.
Intanto, nel breve periodo, la Cina potrebbe risolvere alcuni problemi (suoi e degli altri) aumentando i salari minimi.
Anche su questo tema, annuncio un prossimo articolo.
febbraio 21st, 2010 at 6:16 pm
Un tema a mio avviso interessante è anche quello del welfare e dei servizi sociali, in particolare la previdenza sociale. Su internazionale (n.832 del 5/11 febbraio) è uscito un interessante articolo, purtroppo non disponibile on line, intitolato “troppi nonni in Cina” tratto dal Die Zeit. Pur essendo stata in Cina solo una volta mi ha colpito molto constatare che i mendicanti di Pechino sono al 99% costituiti da anziani e chiedendo qua e là mi sono resa conto che i contratti lavorativi stipulati con privati nella maggioranza dei casi non prevedono contributi previdenziali. Da quanto emerge dall’articolo citato questo sembra essere un tema attualmente molto sentito e discusso, aggravato dall’aumento percentuale della popolazione anziana conseguente alla politica del figlio unico. Sempre dallo stesso articolo emerge che non ci sia una politica unitaria a livello statale e aliquote fisse ma una regolamentazione comunale.
febbraio 22nd, 2010 at 10:59 pm
Questo è assolutamente vero ed è ben presente al governo cinese.
Sicuramente sistema pensionistico e sanitario sono due dei modi in cui la Cina potrebbe “spendere i suoi soldi” elevando indirettamente il reddito dei cinesi e quindi diminuendo la loro propensione al risparmio. Insomma, stimolandone la voglia di consumare.
Questo farebbe felici tutti:
- la Cina stessa, che darebbe finalmente il via a quel mercato interno in grado di sostituire l’export, risolvendo parallelamente alcune tensioni sociali;
- l’Occidente,che potrebbe finalmente vendere alla Cina.
Ovviamente siamo sempre all’interno del discorso capitalista che, ne sono sempre più convinto, ha dei limiti biologici nella finitezza del pianeta e delle sue risorse.
Insomma, i cinesi e gli abitanti degli altri paesi in via di sviluppo non potranno mai consumare quanto noi, perché sarebbe la fine per tutti. Siamo noi che dobbiamo consumare meno e meglio e trovarci a metà strada con loro
febbraio 24th, 2010 at 6:50 pm
[...] a riformare la struttura dei prezzi e veicolare gli investimenti verso settori meno improduttivi delle aziende di Stato, a Pechino e [...]
marzo 17th, 2010 at 5:10 pm
[...] di quale sia l’approccio cinese al tormentone economico che ci accompagnerà a lungo: rivalutazione dello yuan e squilibri nel commercio internazionale. WPvideo 1.10 [...]